Eugenio Scalfari e i bisogni primari

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Eugenio Scalfari e i bisogni primari

Eugenio Scalfari e i bisogni primari. Le parole che ha pronunciato sui poveri durante una trasmissione televisiva sono state pesantemente criticate: “Gli uomini hanno bisogni primari come gli animali. Noi ci inventiamo i desideri, ma i poveri, salvo pochissimi, non hanno bisogni secondari”. Quando l’intervistatrice ha osservato “…Il desiderio di un significato c’è in chiunque, anche nell’ultimo povero della Terra…” Scalfari ha ribattuto: “Lei pensa?”. Ha proseguito così:“Vogliamo che i poveri diventino meno poveri, avendo quindi lo spazio per avere nuovi desideri, per poter inventare nuovi desideri.” Quel “salvo pochissimi”  e quel “Lei pensa?” rappresentano l’inciampo, perché danno adito a interpretazioni negative. Il discorso potrebbe lasciar intendere che la povertà sia una condizione dovuta alla mancanza di intelligenza e di qualità, come se la miseria appartenesse a una categoria umana svantaggiata all’origine, malnata, categoria a cui solo una minoranza “dotata” sfuggirebbe. Per il resto, è vero che se si è proprio molto poveri si pensa al necessario.

C’è qualcuno che conosce dei poveri? Qualcuno che ha dialogato con loro? Chi lo ha fatto almeno una volta nella vita sa che i poveri sono obbligati ad occuparsi soltanto dei bisogni primari: devono mangiare procurandosi anche cibi avariati per mantenersi in piedi, devono riscaldarsi in inverno e non disidratarsi in estate, devono cercare di dormire in un letto con un tetto sopra la testa, bere acqua potabile, fare una doccia usando il sapone, sedersi su un gabinetto e poi tirare lo sciacquone piuttosto che farla per strada o in un campo, devono accettare qualsiasi lavoraccio facendosi trattare come bestie da soma per avere la possibilità di acquistare medicine per i bambini, per curarsi, per farsi passare il mal di denti o l’infezione intestinale, e devono evitare di essere cacciati, maltrattati, stuprati, malmenati, devono evitare di morire per una semplice bronchite e devono evitare di finire in galera perché hanno occupato abusivamente un appartamento. Ho letto che in Olanda – dove l’eutanasia è lecita – coloro che vi ricorrono sono nella stragrande maggioranza individui indigenti, poveri. Ho letto che migliaia di bambini stranieri vivono nelle fogne di Roma, come animalucci. Ho letto che i vecchi in occidente – quando non finiscono in ospizi-lager – sono costretti a cercare il cibo nella spazzatura, e a questi vecchi si tagliano le pensioni. Ho letto di donne greche che si prostituiscono per 2 euro, così almeno mangiano un panino. Questi esempi di disparità e di disperazione non li ho mai toccati con mano, ma mi bastano per comprendere cosa vuol dire “pensare ai bisogni primari”.

C’è da fare anche un’altra considerazione: Scalfari non ha fatto una distinzione tra poveri delle società industrializzate e poveri del resto del mondo. Di quali poveri parlava? C’è differenza. I primi desiderano eccome, dentro sono fatti esattamente come i ricchi, fuori sono meno eleganti, meno colti e più incattiviti, e ora che ci penso non è neanche detto. I secondi non sanno, non hanno visto, quindi se desiderano qualcosa lo fanno in base al proprio vissuto e alla propria cultura, che è stata contaminata si, ma in alcune regioni del mondo solo in parte. In ogni caso neanche loro sono chiusi in un arcaismo immobile. Pasolini – da poeta – ne parlava come di soggetti portatori della speranza di una rivoluzione, immaginava prima del tempo l’irruzione benigna dei diseredati in occidente, li chiamava l'”umanità bandita”. Lui correlava il mondo greco arcaico all’Africa. Se parliamo adesso di poveri del Terzo Mondo lo facciamo razionalisticamente e pregiudizialmente senza neanche volerlo, con un senso di superiorità culturale che ci impedisce di guardare al differente con rispetto. Oltretutto questo “differente” viene a chiederci aiuto, e chi chiede aiuto si pone in condizioni di subire. Scalfari si pone nei riguardi degli emarginati come può: da intellettuale borghese, né preindustriale, né popolare, dunque incapace di decodificare un mondo o un ceto sociale “alieno”.

I poveri non hanno tempo per desiderare altro che di sopravvivere. Di bello fanno l’amore, i poveri fanno l’amore e fanno figli. Di bello hanno da cantare e da ballare, talvolta. Quelli che vengono qui da noi con i barconi o a piedi – per esempio – hanno paura, freddo, hanno le vesciche sotto ai piedi, hanno perso tutto e quindi gli vacilla pure la dignità: come fanno a desiderare di leggere un buon libro seduti in poltrona? Come possono pensare di usare il poco denaro che racimolano per andare a teatro, in vacanza e al cinema? Con quale spirito possono occuparsi di desiderare tendine nuove da mettere alla finestra e vasi di fiori su un tavolo? Dovrebbero poterci arrivare, al desiderio, soltanto dopo aver assicurato a se stessi e alla famiglia tutti i bisogni primari facendo salva l’anima dall’abbrutimento. Non è un’impresa da poco, soprattutto adesso che lo Stato sociale è morto e si privatizza tutto, pure l’acqua, soprattutto adesso che il lavoro è pochissimo e precarizzato, soprattutto adesso che una bella fetta di mondo è stata distrutta da guerre, da sfruttamenti e saccheggi delle materie prime, dai fenomeni climatici di cui l’industrializzazione è in gran parte responsabile. Quando Scalfari dice “vogliamo che i poveri diventino meno poveri” probabilmente mente, perché non potrebbe mai spiegare come rendere possibile hic et nunc l’affrancamento dalla miseria di milioni di esseri umani.

 

 

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