I figli e gli immigrati so’ piezz’e core

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I figli e gli immigrati so’ piezz’e core

 

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Avrete visto senz’altro in televisione il nuovo spot pubblicitario di Mc Donald’s, tutto dedicato agli italiani. C’è un ragazzo col cappotto scuro, sui 25/30 anni, che camminando per strada parla al cellulare con la mamma. Lei si preoccupa per la sua salute e lo asfissia chiedendogli in continuazione di mangiare. “Si, mamma, ho molto lavoro ma mangio” replica lui con un tono affranto ma tutto sommato molto grato, “Mangio!” Lo spot ripesca fedelmente due vecchi stereotipi: quello del mammone – poi ribattezzato bamboccione – e quello classico delle mamme italiane, che tratterebbero i figli adulti come fossero bambini e che si leverebbero un occhio della testa per proteggerli e tenerli sempre accanto a sé. Siamo sicuri che lo spot ricalchi la realtà attuale? Nel nostro paese esistono ancora tante donne che fanno solo le mamme soffocanti e tanti figli gne gne gne che non crescono mai? Se esistono appartengono a una specie in via di estinzione. Non ci credete? Basta citare due esempi freschi freschi che da soli spazzano via ogni dubbio.

Il primo riguarda la legge che vorrebbe obbligare i genitori ad accompagnare i figli a scuola e a riprenderseli fino al compimento dei 14 anni. Il provvedimento ha suscitato un tale vespaio di critiche e discussioni che probabilmente verrà corretto o eliminato del tutto. Nessun genitore, o quasi, per ragioni pratiche e lavorative ha più il tempo per fare da autista ai figli adolescenti, i quali se la cavano da soli egregiamente e già a 10 anni cominciano a sentirsi in imbarazzo se la madre li spupazza e li sbaciucchia fuori scuola davanti ai compagni. Se avessimo una maggioranza di figli superprotetti non ci sarebbe stata la rivolta.

Il secondo esempio riguarda un progetto educativo della Caritas, una sorta di esperienza interattiva che viene allestita e messa in scena nelle scuole che ne facciano richiesta. Di cosa si tratta potete leggerlo qui  http://www.caritasvigevano.it/index.php?option=com_content&view=article&id=148:sconfinati%C2%A0%E2%80%A6

oppure potete andare su Twitter e – partendo dal link qui di seguito – scorrere tutto il resoconto di una mamma entusiasta. https://t.co/UCPSy46bGN

Sulla mamma che racconta l’esperienza della figlia (13 anni? Meno? Non lo so) non mi permetto di esprimere alcun tipo di giudizio, per carità, non è lei che intendo criticare bensì l’eccesso di propaganda, il calcare la mano e la nostra passiva o entusiastica accettazione di metodi che appena un anno fa sarebbero stati impensabili.

Il racconto: “Ieri mia figlia ha partecipato con i compagni di classe a una mostra interattiva sull’accoglienza: le hanno dato un’identità, era un ragazzo di 24 anni, aveva perso la sua famiglia, veniva dalla Nigeria, aveva fatto il muratore in Libia e poi aveva deciso di imbarcarsi per l’Europa. L’hanno messa in una stanza e con modi bruschi le hanno preso tutti i soldi, le hanno dato un cartoccio col cibo, un bicchiere d’acqua e un passaporto, l’hanno messa al buio in una tenda nera ad aspettare, si sentivano delle grida, poi l’hanno fatta salire su una barca, le hanno dato un salvagente giallo, alla sua amica hanno dato un salvagente arancione, chi aveva quello arancione sarebbe arrivato vivo, gli altri sarebbero morti durante il viaggio. La barca si muoveva, era buio, un grosso ventilatore simulava il vento, si sentivano urla, voci di bambini che piangevano, anche la sua amica si è messa a piangere per la commozione, poi in una stanza due ragazzi arrivati davvero con le barche, che non sanno ancora cosa ne sarà di loro, hanno parlato con loro e risposto alle domande in francese e inglese. Questo, invece di tante parole”.  

I genitori hanno dato il consenso prima che la scuola decidesse di aderire all’esperienza interattiva? Immagino di si, ma se la risposta fosse negativa si potrebbe ravvisare un abuso. Certo è che se avessi dei figli e gli insegnanti si permettessero di sottoporli a un simile evento reagirei con decisione per molte ragioni che non riguardano il mammismo. Poiché l’iniziativa è piaciuta ai più e nessuno ha protestato, di madri che si agitano per i pargoli come vedete ce n’è pochissime. I figli so’ piezz’e core ma anche gli immigrati. Poiché ormai nulla è più importante dell’educazione all’accoglienza ogni mezzo è ben accetto. Pur di non sembrare xenofobi ci faremmo torturare.

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La prima cosa che ho pensato è che tra la legge che obbliga i genitori al trasporto dei figli a scuola e questa iniziativa della Caritas vi è una contraddizione spaventosa. Proteggere i ragazzini non significa soltanto evitare con attenzione che perdano la strada di casa, che si facciano male sul motorino del compagno più grande o che subiscano molestie andando in giro da soli. Proteggerli significa anche e soprattutto evitar loro una violenza psicologica nel luogo stesso in cui li si manda per apprendere, o che li si forzi ad immedesimarsi in una realtà che conoscono per sentito dire e che viene loro mostrata secondo filtri ideologici forti, aventi funzione e spessore propagandistici. La madre che narra questa esperienza su Twitter è mossa da buone intenzioni, ed è convinta che l’amichetta di sua figlia si metta a piangere per la commozione. Forse non è così, ma in quel contesto se qualcuno degli insegnanti avesse chiesto alla ragazzina “perché hai pianto?” la risposta sarebbe stata “per la commozione”. Per forza! La recita è stata allestita con lo scopo di “sensibilizzare”, dunque la reazione dei malcapitati deve assolutamente corrispondere a quel fine. Come minimo, dopo, si ha il dovere di sentirsi in colpa per il resto dei propri giorni, autodefinendosi a scelta fancazzisti, viziati, ignavi ed egoisti.

Non sto affermando che a 13 anni si debba passare i giorni nei santuari del disimpegno e occuparsi soltanto di studio, sport e amenità, sto dicendo che il metodo è pessimo, oserei dire che esso conserva il riflesso di certe bassezze tipiche dei decenni trascorsi sotto dittatura. Si tratta di divulgare valori sostanziali e di scongiurare intolleranza e xenofobìa, dite? Fosse solo questo!, non è solo questo. In ogni caso la forma in cui l’educazione viene impartita è importantissima, e questa forma scelta da Caritas e da “Fondazione Negrone” è volgare perché pesantemente rivolta alla pancia e omissiva di ogni razionalità. Nello spietato volgere delle mode politiche e culturali, la fruizione di massa di una questione sociale che è diventata preponderante deve essere acritica ed ebete.

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