Gay col beneficio del dubbio

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Gay col beneficio del dubbio

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E’ di qualche giorno fa la notizia che la Corte di Giustizia UE ha stabilito che di fronte alle richieste di protezione internazionale da parte di cittadini stranieri che dicono di essere gay non si debba ricorrere ad accertamenti attraverso perizie psicologiche: esse non sono utili perché di fatto non servono a comprendere quale sia l’orientamento sessuale del richiedente asilo. Siamo tutti d’accordo con tale decisione: se un’indagine psicologica venisse considerata strumento necessario all’accertamento della verità si compirebbe un atto sicuramente discriminatorio e discutibile. Gli standard giuridici internazionali vincolanti rispetto all’orientamento sessuale derivano dai principali strumenti di diritti umani. Dunque, niente perizie del cavolo.

Un problema però esiste. Visto che anche indagare sulla vita di coloro che si dichiarano gay per ottenere asilo e protezione è considerato un gesto invasivo della privatezza dell’individuo e della sua famiglia, quale sarebbe la maniera opportuna per stabilire se si ha davanti un omosessuale o un bugiardo etero? Non c’è. Se il richiedente asilo è stato sposato e ha figli magari mente, ma anche no: perfino qui accade che un omosessuale si sposi e abbia figli perché non riesce a liberarsi dalla gabbia di certi pregiudizi che affligge tante comunità (le piccole provincie da sud a nord, le famiglie tutte casa-lavoro-chiesa eccetera) figuriamoci in un paese che considera le persone LGBT fuorilegge, punibili col carcere o con la condanna a morte. Un gay che vive in quegli Stati non fa certo di tutto per attirare l’attenzione su di sé e molto probabilmente – in risposta alle pressioni/vessazioni sociali – si mostra in pubblico per quel che non è, evitando accuratamente di farsi “scoprire” perché tiene alla propria incolumità e alla propria sicurezza. E allora come si fa a svolgere indagini nel paese d’origine di un uomo che arriva da noi e dice di esssere gay? Bisogna pensare soprattutto ai più giovani, che non hanno ancora assunto comportamenti sociali così evidenti da consentire un qualche riconoscimento: se fossimo nei loro panni, volendo andar via in cerca di fortuna e sapendo di potere ottenere asilo immediatamente grazie all’orientamento sessuale, mentiremmo spudoratamente.

Laddove non sia possibile accertare la verità in base ad evidenti segnali (violenza fisica e sessuale, periodi di detenzione, abusi medici, minacce di morte, molestie subite) non si può fare altro che credere sulla parola. Chi si arroga il diritto di rimandare a casa una persona dichiaratasi omosessuale sulla base di un pricipio dubitativo? In una nota dell’UNHCR si legge: “Quando il richiedente non è in grado di fornire evidenza del suo orientamento sessuale e/o vi è una mancanza di informazioni specifiche sul paese d’origine, la persona incaricata di decidere in merito dovrà fare affidamento solo sulla testimonianza di quella persona. Se il resoconto del richiedente appare credibile, a egli/ella dovrebbe essere dato il beneficio del dubbio, a meno che non esistano buone ragioni per fare il contrario”.  C’è qualcosa che non va. Come si risolve il problema di aprire le braccia anche al più macho degli africani solo perché ha giurato d’essere gay? In Italia (e dove, altrimenti? Nessun altro paese membro UE si trova nelle nostre condizioni) le richieste di protezione per ragioni legate all’orientamento sessuale stanno effettivamente aumentando.

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