Il calcio per i brasiliani è tutto

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Il calcio per i brasiliani è tutto, ha un ruolo preponderante nelle loro esistenze. Stavolta però i mondiali sono solo per ricchi. Se si pensa che uno stipendio minimo si aggira intorno ai 780 reais al mese e che il costo più basso di un biglietto per entrare allo stadio è di 80 reais si comprende bene che in un paese col 35% di poveri e il 15% di abitanti che vivono sotto la soglia di povertà  chi può andare a godersi lo spettacolo è un numero limitato di brasiliani.

Sono ben 4000 le favelas in Brasile, la più grande di tutta l’America latina è a Rio de Janeiro e si chiama Rocinha, vi abitano circa 350mila persone. Sorte sin dal 1800 quasi sempre a ridosso di montagne e colline, le case e le baracche poggiano sul fango e non sull’asfalto come le case dei ricchi, sono naturalmente tutte abusive e la maggior parte di esse non gode di alcun servizio idrico e fognario né di elettricità: gli abitanti di quei luoghi marginali, molto sporchi e degradati, si arrangiano allacciandosi all’elettricità abusivamente cosicché le abitazioni sono letteralmente abbracciate da fasci di fili elettrici che penzolano dai balconcini e attraversano i vicoli da una parte all’altra. Moltissimi bambini non vanno a scuola, imparano a delinquere molto presto e si abituano da subito a condizioni esistenziali che con la civilizzazione non hanno nulla in comune. Le uscite e le entrate delle favelas sono solitamente presidiate giorno e notte da uomini armati che proteggono, all’interno di questi nuclei abitativi, ogni sorta di attività illecite, dal narcotraffico alla prostituzione fino al traffico di organi. Non sono rare comunque le incursioni di uno dei corpi di polizia tra i più repressivi al mondo.

Originariamente le favelas nacquero per accogliere i contadini che lasciavano le terre a causa della siccità e della conseguente povertà, e  governi e comuni hanno lasciato fare. Secondo le Nazioni Unite nel mondo almeno un miliardo di persone vive in condizioni di grave precarietà in agglomerati di fortuna molto simili alle favelas sudamericane. A partire dagli anni ’80 è iniziato un processo lento e difficoltoso per migliorare in qualche modo le condizioni di questi luoghi, anche con l’aiuto di numerose Ong. In Brasile il presidente Lula ha ottenuto dei risultati, se non altro l’incidenza degli omicidi è molto diminuita, si è dato rilievo ad attività artistiche e all’intrattenimento e si è riusciti a portare anche un pò di bambini a scuola. Uno degli intenti di Lula è stato quello di offrire la concessione della proprietà agli occupanti delle baracche, ma questi non hanno gradito: avere un domicilio con un indirizzo e un numero civico non ti fornisce solo vantaggi ma ti rende rintracciabile e crea legami burocratici che non sono l’ideale per individui che d’abitudine si spostano da una baracca all’altra per svariati motivi.

I rapporti tra i cittadini comuni e gli abitanti delle favelas brasiliane non sono più basati soltanto sulla diffidenza e sulla paura perché  ormai anche i “favelados” (termine dispregiativo con cui vengono definiti i poveri) lavorano e si sono inseriti in qualche modo nel tessuto sociale. La capacità di affrontare il tema della disparità sociale e della necessità di integrare  i più poveri e i disadattati è scarsa, non vi è una spiccata sensibilizzazione all’interno della società e manca una vera e profonda cultura dell’uguaglianza. Dal basso solo da poco arrivano le proteste più accese ma come sappiamo la repressione è violentissima e i manifestanti non possono contare su appoggi e sostegni, per cui è facile zittirli.

Nel 2008 hanno avuto inizio gli sgomberi di quegli agglomerati suburbani che si trovavano proprio dove sarebbero sorti stadi, strutture sportive, metropolitane, linee ferroviarie in vista dei mondiali del 2014 e dei giochi olimpici del 2016. La gente, che non si è ribellata, è stata cacciata dalle baracche con la forza e buttata in mezzo alla strada, nessuno ha offerto alternative a migliaia di persone che probabilmente sono andate a costruirsi un’altra baracca in un’altra favela.

Eppure alcuni di questi luoghi poverissimi e pericolosi sono diventati negli ultimi tempi mete ambite per europei che si recano in America latina e soprattutto in Brasile per fare fortuna e trovare un lavoro. C’è chi ha trovato nel volontariato uno scopo vitale, la gioia di poter aiutare chi è in difficoltà. C’è anche chi (italiani compresi) ha fatto affari, ha comperato per poco e niente un pò di casupole, le ha sistemate a mò di B&B e le ha affittate a studenti e turisti, oppure le ha vendute a stranieri che non avrebbero potuto permettersi di spendere e che dopo aver trovato un lavoro desideravano una casa propria. Non è diventata già una moda ma lo diventerà : pare che non tutte le favelas siano uguali, c’è chi giura di trovarsi a proprio agio, di aver riscoperto il sapore della comunità e della solidarietà e di non avere mai incontrato sulla propria strada né brutalità né illegalità.

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