C’è una bella differenza tra ruolo e identità

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C’è una bella differenza tra ruolo e identità. Un ruolo, in una società strutturata come la nostra, è la prima cosa che ti affibbiano dal giorno che nasci. L’identità è quel bene prezioso che invece è meglio trascurare perché crea problemi. Un esempio? Guai a riconoscere un’identità ai migranti, che quando arrivano devono capitolare subito alla cattura. La prima cosa da fare era attribuire loro un ruolo. Quello di clandestini è stato ed è il più utile: prima di essere un individuo in carne e ossa sei un documento, tutti abbiamo un documento, dove sono i tuoi documenti?, hanno chiesto. Clandestino è la definizione giusta, hanno pensato, ma non bastava, al ruolo si doveva associare il reato per ricacciarli indietro o per metterli sotto chiave in attesa di scaricarli da qualche altra parte. C’è stato il periodo in cui li si definiva “forza lavoro”, praticamente l’unico ruolo utile in una società dove tutto deve avere un suo tornaconto, pure la bontà. In effetti nel periodo in cui la forza lavoro arricchiva coloro che la utilizzavano sembravamo tutti molto più buoni, la tolleranza toccava l’ apice. Ma il ruolo di “forza lavoro” col passare del tempo è caduto in disuso dato che di lavoro non ce n’é più. Poi è arrivato il momento di concedergli il ruolo di rifugiati, per gli uomini in fuga il miglior biglietto da visita, per i governi una patata bollente. E’ tutta una questione di presentazioni, è importantissimo come decidono di presentarti al mondo, altrimenti che fai?, pretendi di arrivare qui con la tua sola nuda identità di essere umano? Senza scarpe, tutto sporco e magari pure malintenzionato? Se non hai scarpe non puoi vivere qui perché c’è sempre una strada tra te e tutto il resto e se i soldi per le scarpe non li hai te ne torni a casa.

Il modo migliore per togliere di mezzo questa faccenda dell’identità è confonderla col ruolo, così la coscienza soggettiva si adatta a quella sociale e il solo immaginare di evadere, di  uscirsene da certe logiche genera tanti di quei conflitti con se stessi e con gli altri e tanti di quei sensi di colpa che già a vent’anni si lascia perdere. L’industria culturale affronta i temi dell’etica dell’accoglienza e della bontà cristiana cercando di farli entrare a forza nei piccoli fori della rete d’acciaio della ragion di Stato, del pragmatismo che tutto soppesa e secondo cui se qualcuno o qualcosa non serve c’è poco da fare, si butta. Un punto di mediazione si troverà, prima o poi. Senza fretta. Più poi che prima.

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