Divide et impera

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Negli anni ’70 il femminismo fu artefice di un’immane rivoluzione sociale, sia politica che culturale. Già dopo poco tempo l’involuzione di quel “miracolo” si mostrò in tutta la sua evidenza, e oggi non si può fare altro che ripetere una litania triste: poteva essere e non è stato. Certamente non tutte le donne sono dello stesso avviso. Tante si sono volentieri conformate attraversando vari stadi a un post-femminismo – come dire? – narcisista e americanissimo, estremamente pragmatico e ottuso, un genere di femminismo poco pensante e perfettamente combaciante con il sistema capitalistico di produzione e di riproduzione: da un lato c’è la mercificazione del corpo, una sorta di prostituzione volontaria scambiata per emancipazione, da un altro lato c’è l’odio a prescindere contro il maschio, al quale si deve fare la guerra e dal quale – per forza di cose – non ci si può aspettare che dichiarazioni di guerra.

La mancanza di una comunicazione profonda tra uomini e donne ha fatto sì che tutti i cambiamenti sopraggiunti dopo l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro e dopo il divorzio e l’aborto, separassero piuttosto che generare un percorso evolutivo dell’esistenza. Questo fa comodo al potere, certamente. Divide et impera, si dice. Se siamo divisi è più facile piegarci in modo tale da farci acettare un sistema prestabilito, ingabbiando l’imponderabilità dell’esperienza umana e dei conflitti dentro il reticolo della gestione del potere globale. I conflitti uomo-donna (e quelli tra generazioni), se non fossero manipolati e imbastarditi, determinerebbero senza dubbio una spinta vitale fortissima verso un processo di mutazione della realtà. E’ una questione politica. Abbassare il livello, portarci tutti a guardare verso il basso serve a immeschinire il dibattito, a confondere, a focalizzare l’attenzione delle masse su falsi problemi, o meglio: su problemi veri che però vengono trattati in modo del tutto falso e ingannevole.

La questione delle molestie è intrisa di demagogia e superficialità. L’uso della “pompa” mediatica non è una casualità, non è un evento accidentale, né si deve considerare come un successo per le donne, le quali in questo periodo si sono convinte del fatto che l’esposizione pubblica di un fenomeno sia indice di una riconquistata forza sociale e di un futuro ribaltamento della situazione. Niente di più falso. Prima di tutto non c’è un cane che si interroghi sul significato della denuncia pubblica: insomma, si discute tanto sulle trasformazioni che l’individuo ha subito con la rivoluzione tecnologica (che di fatto ha reso pubbliche ed esposte le nostre vite private) e poi si trova normale che si raccontino al mondo intero – e con dovizia di particolari – gli errori, le fragilità, le paranoie, le nevrosi, i disastri interiori che permeano le vite degli altri. Che questi “altri” siano famosi non ha nessuna importanza. Che cosa significa aprire tutte le porte delle case, eliminare bruscamente la privatezza, sbattere mostri in prima pagina sbavando di piacere? Significa punire i maschi una volta per tutte e proteggere le donne, povere vittime? Nossignori, è un criterio furbissimo ed efficace per abituarci alla perdita totale dell’individualità. E’ l’espropriazione indebita delle differenze, della diversità, è una mostruosa corsa verso un’unica forma di dentità, che è quella globale, senza segreti, senza particolarità da difendere, senza verticalità, tutta orizzontale. Più diventiamo mercanzia sovrapponibile e intercambiabile, meglio è. Chi se ne frega se le ragioni delle disfunzioni sono tutte ascrivibili alla struttura sociale. Chi se ne frega se non si discute più del perché e del per come la sessualità viene vissuta così male, e del perché e del per come le violenze crescono, e del perché le case sono gusci vuoti, e del perché i bambini pagano il degrado collettivo dell’immagine femminile e maschile così come viene diffusa e stigmatizzata. Il puritanesimo americano – padre del politicamente corretto – rappresenta la migliore garanzia al sistema. Ciò che non viene detto mai è che non esiste violenza peggiore che condannare gli individui a temersi l’un l’altro, gli uomini senza più un ruolo e le donne costrette a interpretarne – malissimo – due.

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