Il favoloso mondo di Briatore

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Il favoloso mondo di Briatore è il mondo dei duri che ce l’hanno fatta, lui te lo descrive col linguaggio del piccolo borghese ed è come ascoltare il riassunto di una fiction. Non lo nego, Briatore mi è simpatico anche se a occhio e croce non dovrebbe piacermi, ma tant’è: non sopporto le interpretazioni univoche sulle persone, quel genere di codici culturali e politici che pretendono di essere oggettivi e si risolvono con l’irrisione e i pregiudizi. Briatore è talmente autosufficiente da presentarsi come totalità, non ha nessun nesso con la realtà che lo circonda, conserva la rozzezza tipica del neocapitalista ancora giovane e nello stesso tempo i suoi modi sono quelli garbati del vero signore.

Non è politically correct, e questo è un punto a suo favore. Dicevano una volta che nella libreria della sua casa londinese avesse tutti libri finti, vuoti dentro; ammesso che fosse vero, mi pare che un’ingenuità di tale portata valga un altro punto a favore. Non vota dalla notte dei tempi, da quando c’era il partito liberale, ed è ancora un punto a favore perché  un voto sbagliato in meno fa sempre brodo, anche se ormai non si capisce più quali siano i voti giusti e quelli no. E’ un self made man, non è uno a cui il nonno ha lasciato la Fiat e lui se l’è portata oltreoceano, no no: ha studiato poco, ha fatto cento mestieri, ha cominciato da cameriere e ha fatto tanta strada – non senza incidenti di percorso – fino a diventare un manager di alto livello, poi un bel giorno ha incontrato Benetton, che gli ha fornito la chiave per raggiungere il vero successo. Appurato che Briatore non guidasse l’automobile e non capisse un accidenti di motori, Benetton decise di inserirlo in Formula1. Flavio Briatore non lo deluse. A lui si può affidare qualsiasi incarico, dovunque lo metti produce denaro perché l’universo ai suoi occhi è un insieme di prodotti, e i prodotti lui li sa vendere. Non fa differenze, non le vede.

Lucio Amelio, che negli anni ’80 era forse il più grande e stimato mercante d’arte del mondo, di fronte all’atteggiamento reverenziale con cui le persone guardavano lui e le opere d’arte che ricoprivano le pareti della sua galleria, rideva e diceva più o meno così: “Per me è come vendere patate, è la stessa cosa. Non c’è tutto questo misticismo, sono uno che vende, arte o patate è uguale.” Lucio Amelio era un intellettuale, un uomo molto colto, perciò una frase così, pronunciata da lui, cambia significato. Bisogna abbassare lo sguardo e mettersi a riflettere sulla sua modestia e sul fascino della dissacrazione. La stessa frase la dice Briatore e la svilisce, perché Briatore non è istruito, vive nella dimensione del business, ha alcuni amici intimi dannosi per farsi un’immagine pubblica commendevole, e per di più rappresenta inequivocabilmente i ricchissimi senza blasone. Potrebbe essere l’emblema di una nuova volgarità. Potrebbe, ma lo salvano due caratteristiche che apparentemente sembrano inconciliabili: la semplicità e il tecnicismo. E’ un vecchio bambinone con la vocazione del leader, uno che non ha il senso del ridicolo, uno che nel suo format televisivo si espone alla mercé di sberleffi e lazzi da sprovveduto, come solo a un cuore semplice è dato di fare. Briatore è un luogo comune senza ambiguità, vivaddio: è se stesso. Imperterrito.

 

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