Globalizzazione e nazionalismo

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Globalizzazione e nazionalismo

Il nazionalismo vuole essere la risposta ai problemi che la globalizzazione ha generato: disuguaglianze sempre maggiori, perdita di libertà dei singoli Stati, sfruttamento. E’ la risposta giusta?

Globalizzazione e nazionalismo sono i due aspetti preponderanti dell’era post-industriale e tentare di analizzarli non è facile. La globalizzazione è stata definita dai no global “medioevo neo-liberale”. Di certo non tende all’uguaglianza, e se possiamo dire che intorno a noi in gestazione c’è una civiltà planetaria non possiamo fingere che essa non sia accompagnata da una disuguaglianza che cresce sempre di più. Il sistema attuale ha tentato di camuffare le enormi differenze tra classi sociali, popolazioni, sessi e generazioni sia per quel che riguarda la partecipazione sia per quel che riguarda la ripartizione dei beni. Tutte le considerazioni sul meticciato delle culture diverse  e sulla loro coesistenza oppure sulla loro inevitabile convergenza verso un tipo di civiltà universale sono il frutto di un idealismo ingenuo e miope da un lato, e di un falso ideologico dall’altro. Oggi se adoperiamo parole come sfruttamento, oppressione e repressione ci riferiamo a fatti veri e tangibili eppure sembriamo decisamente andare fuori tema, come se guardassimo al passato e non al futuro. Perché? La tendenza generale della politica e della cultura della globalizzazione è quella di minimizzare o tacere sulle abissali differenze nei rapporti con quella parte del mondo che non è occidentale e che non si è occidentalizzata: coloro che subiscono costrizioni, repressioni e sfruttamenti sul piano del lavoro, della politica e anche a causa di conflitti armati perenni non sembrano interessare realmente e concretamente nessuno. Ci si limita a compatire e a denunciare senza risultati né cambiamenti. La civiltà della globalizzazione ha alimentato lo schiavismo. Noi indossiamo capi di abbigliamento e calziamo scarpe confezionati da bambini, da uomini e donne trattati come bestie e sottopagati, pratichiamo il turismo sessuale approfittando della miseria altrui, vendiamo armi ai terroristi e ai signori delle guerre, trasferiamo fabbriche e imprese dove non esistono tutele per i lavoratori senza provare alcun rimorso, e pur sapendo tutto questo pretendiamo di risolvere questioni etiche abnormi praticando un ecumenismo di facciata, mitizzando l’accoglienza.

 

Nell’era del post-marxismo alle lotte di classe si stanno sostituendo i sovranismi. Non si tratta di banali tentativi di affermare esclusivismi etnici, si tratta – almeno in teoria – del desiderio e dell’esigenza di lottare per una libertà che non c’è più, per una liberazione dall’assoggettamento a entità sovranazionali preponderanti. Il sovranismo attuale dovrebbe essere interpretato non come un istinto elementare di appartenenza ma come un’idea che ha per fulcro un contenuto di classe. Tale contenuto è l’esatto contrario dell’internazionalismo di cui si sono perse – ideologicamente – tutte le tracce. Il sovranismo che agita molti paesi può assumere caratteristiche scioviniste, xenofobe, razziste: ridotto a se stesso, dunque, si trasforma in nazionalismo, che non è né rivoluzionario né liberatorio perché diventa uno strumento al servizio della tecnocrazia e del capitalismo, quindi misconosce totalmente la sua portata più profonda e il suo punto di partenza: la lotta contro un potere forte. Tutto questo è molto evidente se si osservano i partiti nazionalisti che in Europa si stanno rafforzando. Del resto la Storia è piena di esempi sul mito dello Stato sovrano che dissimula e fagocita le lotte e gli interessi reali delle masse. Il mito dello Stato considerato come espressione di interessi collettivi è il baluardo del capitalismo in tutte le sue forme. L’Occidente, ma anche la Russia di Putin, incoraggiano i popoli dominati a rafforzare il potere dello Stato per sfuggire al sottosviluppo. Questo è il modo più efficace per mantenere sotto tutela le masse ribelli. Il nazionalismo è la motivazione più potente per impadronirsi dell’insoddisfazione delle masse, e questo dimostra quanto il futuro ricalchi gli schemi del passato. Come uscirne? Soltanto un movimento cosciente di rifondazione della vita collettiva e individuale potrebbe costituire – lentamente – una forza di rottura per realizzare nuove forme di esistenza sociale globale, ma è un discorso che affronterò in un altro post.

 

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