Grassezza mezza bellezza

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Grassezza mezza bellezza

Grassezza mezza bellezza, una volta si diceva così. Le persone grasse non soltanto piacevano a se stesse e agli altri, ma attestavano con la loro rotondità uno status sociale. Il grasso corporeo era indice di ricchezza e di potere ma anche di bellezza, di sensualità, di attitudine al godimento dei piaceri materiali. Il gusto per la buona tavola è sempre stato associato alla sessualità: se ti piace mangiare bene sicuramente ti piace fare l’amore e lo sai fare altrettanto bene.  Le cose sono un po’ cambiate, i modi di dire e certe convinzioni popolari hanno lasciato il posto alla razionalità e alla scienza, si è capito che mangiar bene non è mangiare troppo, e che i piaceri della tavola si possono apprezzare anche in piccole porzioni. L’educazione alimentare ci ha insegnato molto, è una conquista importante. Il problema è che nel nome del fitness tanti occidentali hanno deciso di cancellare dalla loro esistenza  il principio del piacere, in cucina e a tavola. Il culto della linea e lo spettro dell’indice di massa corporea che nutrizionisti, dietologi e medici  possono usare come un’arma impropria, miete tante vittime quante ne miete l’obesità. Per pesare poco si ricorre a diete rapide e squilibrate che sono dannosissime per la salute, ma si ricorre anche a pillole e droghe pur di non mettere un grammo di ciccia sui fianchi. E’ la dittatura del sederino.

Nei primi del ‘900 nessuno saliva su una bilancia per pesarsi, conoscere il proprio peso corporeo era appannaggio di categorie di privilegiati. Oggi la maggior parte delle persone intrattiene un rapporto complesso e quotidiano con la bilancia: pesarsi è un dovere, provoca spesso frustrazioni e può influenzare l’umore della giornata. Essere magri è un obbligo, un imperativo categorico. Ogni epoca ha avuto le sue variabili che indicavano quali fossero i limiti della “norma”, il nostro è il tempo del peso forma inteso come qualcosa che rispecchia ciò che è eticamente corretto e non solo ciò che è bello da guardare. La grassezza ormai caratterizza le fasce di popolazione più povere e meno acculturate. E’ paradossale, ma è proprio così: in tutto l’occidente l’obesità è diffusissima tra i poveri : mangiano male, vanno negli ipermercati a riempire i carrelli col cosiddetto junk food, che è un modo per definire schifezze a basso costo, ricche di grassi, poco nutrienti e non salutari. Una persona grassa che non appartenesse alla categoria suddetta sarebbe comunque vittima di qualche altro problema: disfunzioni, malattie, infelicità, nevrosi. Insomma, grasso significa che qualcosa non va, come minimo secondo l’opinione comune l’eccesso di rotondità nasconde e tradisce carenza di volontà e pigrizia, e in ogni caso i grassi bisogna rimproverarli perché rappresentano un costo per la comunità, dato che a un certo punto s’ammalano, e s’ammalano molto prima e molto più dei magri.

Come si fa a dividere in categorie le persone dal corpo che hanno? I belli e i brutti, i diligenti e i perdenti, quelli che sanno stare al mondo e quelli che si presentano male, quelli cool e i paria. Semplificare è pericoloso ed è sciocco ma sembra che non riusciamo a fare nient’altro che semplificare, e purtroppo non solo attraverso i feroci diktat dell’estetica e del fitness. Non siamo affatto liberi, non siamo liberi neanche di tralasciare il corpo per un po’ : quando lo facciamo il rischio lo corriamo da soli di fronte a una quantità di indici puntati contro il nostro petto. Edie lo sa bene. Edie chi? Leggete I Middlestein di Jami Attenberg e la conoscerete.

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