I ragazzi se ne vanno

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I ragazzi se ne vanno

Tutta la storia italiana e tutte le chiacchiere interminabili dei governanti intercambiabili li puoi riassumere lì, alla frontiera

I ragazzi se ne vanno. Partono a gruppi, in comitiva, per farsi coraggio e per dividere l’appartamento, ché è meglio dormire gli uni sugli altri piuttosto che svenarsi. Ora non si tratta più di treni sporchi e lenti né di valigie di cartone legate con lo spago, ora si va per aria low cost  con sacche e zaini anche bellini ma il succo è sempre quello, sono migranti del ventunesimo secolo che scappano dai posti senza fondamenta, quei cari posti natali sparsi lungo lo stivale, belli ma asfittici. Partono dopo la laurea, che non è servita a garantire niente, né un futuro né un presente precario. Partono dopo la maturità, ed è un fiorire di camerieri e pizzaioli e facchini d’albergo. Ce ne sono parecchi di stressati, in mezzo a loro. Di quelli che perdono dieci chili nei primi due mesi perché non capiscono neanche la lingua, e il cibo non gli piace.  Almeno fuori dall’Italia li pagano, qui li sfruttano e nel frattempo gli fanno le promesse, “il mese prossimo, il mese prossimo”. E dunque vanno, nell’euforia e nella nostalgia, un poco a lutto e un poco vincitori, se non altro hanno fatto una scommessa, si sono concessi una possibilità invece di restare a casa a girare in tondo. In certe case italiane poi girano tutti in tondo, non solo i ragazzi, ma i padri e le madri, e si torcono le mani. Non resta che guardare avanti, verso nord, seguire la freccia, il coro dei trink! e dei sorry! aver fede in una qualche predestinazione, superare la commozione da aeroporto e il grosso è fatto.

All’estero la sera al bar si riuniscono nei quartieri brulicanti, i maschi guardano le pallide fighette inglesi o svizzere o tedesche, e tutti con quell’appendice – la grande balia! – tra le dita, a inviare il selfie sorridente e una sfilza infinita di whatsapp tuttapposto che palle stostanca quièbellissimo tuchefai? Tornare non tornano, non si può tornare dove non c’è un domani. Ognuno deve avercelo, un posto in cui sentirsi a casa e non è detto che sia dove sei nato e hai i parenti, perché a casa tua ti ci senti là dove non ti scippano le certezze e ti danno delle regole. Sono noiose, le regole, e però dopo un pò sei ripagato degli sforzi, la pizzeria te la apri per conto tuo se ti va bene, e fare start up non è impossibile,  e il posticino in un’azienda lo afferri, prima o poi, senza raccomandazioni, senza aiutini, ti metti in fila col tuo curriculum e il tuo pezzo di carta con il 110 e lode, aspetti e può anche arrivare qualcosa di buono. Tutta la storia italiana e tutte le chiacchiere interminabili dei governanti intercambiabili li puoi riassumere lì, alla frontiera.

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