Il Teatro alla Scala può cambiare?

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Il Teatro alla Scala può cambiare?

Il teatro non è aperto al futuro, è una bellissima vetrina che va avanti senza ripensamenti, perennemente in cerca di escamotages finanziari per non fallire: vive nella convinzione ostinata di dover rimanere sempre uguale  a se stesso come un meraviglioso uccello esotico imbalsamato.

Il Teatro alla Scala può cambiare? Costa tanto, costa troppo e i suoi conti sono sempre in rosso. E’ cultura, e la cultura non si tocca, si potrebbe obiettare. Vero, la cultura è importante e nel nostro paese la si mette sempre in secondo e terzo piano. Bisognerebbe cominciare però a farsi delle domande sulla sacralità di un certo milieu che ritiene di essere intoccabile e che pensa e agisce come se non facesse parte di un tutto unico, come se le magagne e le rovine e i problemi dell’intero paese non lo riguardassero, come se offrire bellezza fosse sufficiente e non ci fosse alcun bisogno di reinventarla. La Scala di Milano, uno dei più famosi teatri del mondo, preserva la nostra tradizione musicale, e questo significa che preserva la nostra storia e le nostre radici, siamo d’accordo. Non siamo d’accordo sui modi in cui lo fa.

Dal punto di vista economico oggi non va più bene attenersi sempre alle stesse regole, spendere circa 3 milioni all’anno accumulando altrettanti milioni di ammanchi, oppure pagare stipendi astronomici al direttore musicale, stipendi che nel resto d’Europa sono più contenuti. Intanto c’è da sottolineare che gli organici sopportano tagli agli stipendi e riduzioni, e questo non accade solo a Milano ma anche all’Opera di Roma e in altri teatri lirici. La qualità e la produttività scadono, il teatro diventa un contenitore vuoto. La Scala è il salotto buono di una minoranza che la sera della prima, col contributo di tutti gli italiani, ripete instancabilmente la stessa scena da tempo immemore, con le solite facce che fanno ingresso in abito da sera mentre i contestatori a debita distanza urlano e protestano: una recita che non ha senso, una pantomima ereditata ed eterna che adesso appare più stanca e assurda che mai.

Lo statuto della Fondazione recita così: “….senza scopo di lucro, con il fine di perseguire la diffusione dell’arte musicale, l’educazione musicale della collettività, la formazione professionale dei quadri artistici e tecnici […] la ricerca e la produzione musicale, anche in funzione di promozione sociale e culturale” [Wikipedia].   Il teatro non è aperto al futuro, è una bellissima vetrina che va avanti senza ripensamenti, perennemente alla ricerca di escamotages finanziari per non fallire: vive nella convinzione ostinata di dover rimanere sempre uguale  a se stesso come un meraviglioso uccello esotico imbalsamato e di non poter cambiare. Invece dovrebbe proprio cambiare, aprirsi, progettare, ideare, venir fuori dal pantano della  piattezza e del grigiore, e dovrebbe saper coinvolgere tutte le parti della società civile. Se intende se stesso come un patrimonio di tutti, il teatro alla Scala ha il dovere di dubitare che l’intento sia perseguito. Se vuole innovazione e ricerca, formazione e produzione, ha il dovere di non rappresentare soltanto un passato cristallizzato incapace di vitalità. La cultura è vitalità, non è aristocratico conservatorismo istituzionale.

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