Le lacrime degli italiani

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Le lacrime degli italiani al funerale di Enrico Berlinguer erano lacrime di sincero dolore, come se a tutti fosse morto un padre, un fratello, un carissimo amico. Erano anche lacrime di angoscia. Con la scomparsa di Berlinguer ebbero fine gli antichi sentimenti di sicurezza, le garanzie tradizionali che permettevano agli individui di sentirsi parte integrante di una forte struttura comunitaria, mai soli.

Da allora, per una serie di mutamenti sociali e politici importanti, è venuta meno la sensazione di protezione, i cittadini hanno compreso col passare degli anni di dovere ormai sostenere una lotta strettamente personale. Operai, imprenditori, studenti, tutti hanno capito di aver perduto per sempre qualcosa: la fiducia nelle istituzioni, l’appoggio di queste ultime le quali finora hanno minimizzato il malessere generale ritenendolo prerogativa di fasce sociali ristrette e negandone l’importanza sia politica che storica.

Oggi la crisi profonda e globale del sistema capitalistico è una crisi non soltanto economica ma anche culturale. Essa ha provocato due reazioni opposte: da un lato le masse sono sprofondate nell’ansia e nell’angoscia, dall’altro il potere tiene a freno le sue proprie paure rafforzandosi ulteriormente e, come ho detto prima, negando la portata della protesta. Ciò che però i governi e i partiti non riescono più a fare è placare l’ansia delle persone rassicurandole oppure creando per esse vantaggi, prospettive e maggiore integrazione attraverso il lavoro. Gli stessi sostenitori della necessità di riacquistare una sovranità monetaria e decisionale rispetto all’Europa, pur avendo ricevuto molti consensi e un grande successo elettorale, non possono garantire realmente nulla, possono soltanto alimentare una speranza, possono limitarsi a rispondere ad una sola delle domande che arrivano dal basso: “come?” L’altra domanda, “quando?” rimane senza risposta.

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