L’ideologia dell’impoverimento

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L’ideologia dell’impoverimento

L’ideologia dell’impoverimento è il nostro vero problema. Esso surclassa e ingloba tutte le piccole disfunzioni sociali che ci riguardano, viene dibattuto da tempo ma non più combattuto, ed è determinato dal capitalismo finanziario, asettico, molto aggressivo, perfino criminale. Ha cambiato la faccia del nostro mondo e le nostre esistenze, ha annullato completamente la politica sostituendola con regole a cui chi governa deve obbedire senza alternative in modo da favorire tutte le dinamiche del mercato finanziario. Grecia e Portogallo sono esempi lampanti della fine della politica e del totale annullamento della sovranità popolare. In Europa la Commissione, insieme a BCE e FMI forma un corpo a sé che decostituzionalizza ogni Stato membro e l’Unione stessa. Chi si affanna a parlar d’altro che di questa dittatura lo fa per confonderci e per farci perdere tempo.

Quello che Luciano Gallino definisce “finanzcapitalismo” si si è riversato dappertutto come una colata lavica, come una gettata di cemento che ci ha imbalsamati. La deregolamentazione del lavoro e dei mercati fa bene alle le multinazionali, ai grandi investitori, al capitale, e fa malissimo a tutti gli altri, alla maggioranza. È un meccanismo che non ha niente di moderno e di democratico, perché non è razionale praticare l’impoverimento delle masse sottomettendole a un dettato antisociale. Cosa c’è di democratico nel procedere all’ annullamento dello stato sociale? Senza stato sociale e con la precarizzazione del lavoro il paese in cui si è nati e cresciuti assume un aspetto straniero, è come trovarsi all’estero senza aver fatto un solo passo: l’identità non si può realizzare laddove ci si adopera per negarla.

Mai prima nella Storia si è verificato che la politica morisse, e quando la politica muore si vede bene che con essa muore il concetto stesso di appartenenza. Siamo tutti separati, non vi è luogo metaforico o tangibile in cui ci si possa confrontare e unire. Le soggettività culturali strutturate e forti sono sparite, quindi gli uomini sono soli e spaesati, penosamente disarmati di fronte a mutamenti di portata eccezionale che neanche riescono più a decifrare e che vengono percepiti come ineluttabili.

Un esempio lampante dell’impotenza che caratterizza le masse in questi anni terribili si può individuare nella crescente tendenza a dotarsi di armi per la difesa personale. Non c’entra niente? Solo apparentemente, perché solo apparentemente la Storia non arriva direttamente nelle case dei cittadini comuni, solo apparentemente il mercato e la finanza non interferiscono con il tran tran quotidiano di tutti. In realtà aumentando l’incertezza e le frustrazioni finisce che il senso di precarietà spinge gli individui a seguire quegli attori politici capaci di suggerire nemici. Essi non sono semplicemente rozzi figuranti, piuttosto svolgono un compito preciso: se la gente ha paura è necessario evitare che questa paura si trasformi in consapevolezza e poi in rivolta contro l’ordine costituito, bisogna che i cittadini guardino il dito e non la luna, che scarichino ansie e livore contro il ladro, il clandestino, il rom, bersagli che hanno un volto e che sono immediatamente individuabili. Meglio odiarci tra di noi che ragionare, no?

La scissura tra capitale e lavoro è aumentata enormemente proprio quando globalizzazione e tecnologie avanzate hanno fatto aumentare la produttività. Se da una parte c’è il capitale che si muove compatto per ridurre sempre di più il costo del lavoro, dall’altra ci sono milioni e milioni di individui che sono pronti a darsi addosso l’un l’altro e a concorrere al ribasso per accaparrarsi un posto, fisso o meno non importa. In materia di lavoro la UE osserva le otto norme dell’ILO, che è un organismo Onu: ebbene, nel TTIP – che tra breve farà precipitare una situazione già intollerabile – solo due di tali norme sono state ratificate, le altre vanno al macero. I diritti dei lavoratori europei già compromessi si restringeranno ulteriormente. Si favorirà nel mercato del lavoro una guerra tra poveri, perché le imprese potranno liberamente e molto più agevolmente delocalizzare scegliendo i paesi in cui i costi di produzione e i costi sociali sono i più bassi. Uniformandosi al modello statunitense il vecchio continente ha fatto sì che il lavoratore diventasse merce di se stesso, una merce ambulante a basso costo che si prende quando serve e si abbandona quando non serve più.

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