L’ideologia dell’impoverimento e il prestito

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L’ideologia dell’impoverimento e il prestito

L’ideologia dell’impoverimento surclassa e ingloba tutte le piccole disfunzioni sociali che ci riguardano, ha cambiato la faccia del nostro mondo e le nostre esistenze, ha annullato completamente la politica sostituendola con regole a cui chi governa deve obbedire senza alternative in modo da favorire tutte le dinamiche del mercato finanziario. La Grecia, trasformata in un vero e proprio laboratorio di ingegneria sociale, rappresenta al meglio la fine della politica e il totale annullamento della sovranità popolare. In Europa la Commissione, insieme a BCE e FMI forma un corpo a sé che decostituzionalizza ogni Stato membro e l’Unione stessa. Chi si affanna a parlar d’altro che di questa dittatura lo fa per confonderci e per farci perdere tempo.

La scissura tra capitale e lavoro è aumentata enormemente proprio quando globalizzazione e tecnologie avanzate hanno fatto aumentare la produttività. Se da una parte c’è il capitale che si muove compatto per ridurre sempre di più il costo del lavoro, dall’altra ci sono milioni e milioni di individui che sono pronti a darsi addosso l’un l’altro e a concorrere al ribasso per accaparrarsi un posto, fisso o meno non importa. Uniformandosi al modello statunitense il vecchio continente ha fatto sì che il lavoratore diventasse merce di se stesso, una merce ambulante a basso costo che si prende quando serve e si abbandona quando non serve più.

Quello che Luciano Gallino definiva “finanzcapitalismo” si si è riversato dappertutto come una colata lavica, come una gettata di cemento che ci ha imbalsamati. La deregolamentazione del lavoro e dei mercati fa bene alle le multinazionali, ai grandi investitori, al capitale, e fa malissimo a tutti gli altri, alla maggioranza. È un meccanismo che non ha niente di moderno e di democratico, perché non è razionale praticare l’impoverimento delle masse sottomettendole a un dettato antisociale. Cosa c’è di democratico nel procedere all’ annullamento dello stato sociale? Senza stato sociale e con la precarizzazione del lavoro il paese in cui si è nati e cresciuti assume un aspetto straniero, è come trovarsi all’estero senza aver fatto un solo passo: l’identità individuale non si può realizzare laddove ci si adopera per negarla.

Mai prima nella Storia si è verificato che la politica morisse, e quando la politica muore si vede bene che con essa muore il concetto stesso di appartenenza. Siamo tutti separati, non vi è luogo metaforico o tangibile in cui ci si possa confrontare e unire. Le soggettività culturali strutturate e forti sono quasi del tutto sparite, la cultura ufficiale ha il compito di giustificare la nostra realtà ed è responsabile dello sviluppo e del mantenimento di tutte le istanze care alla classe dominante. Non esiste neanche più quella che una volta si chiamava letteratura antifascista perché non esistono scrittori liberi: le eccezioni sono relegate in nicchie poco accessibili ai più. La conseguenza è che gli uomini sono soli e spaesati, penosamente disarmati di fronte a mutamenti di portata eccezionale che neanche riescono più a decifrare e che vengono percepiti come ineluttabili perché narrati come il male minore se non addirittura il bene supremo.

Un esempio lampante dell’impotenza che caratterizza le masse in questi anni terribili si può individuare nella crescente tendenza a dotarsi di armi per la difesa personale. Non c’entra niente? Solo apparentemente, perché solo apparentemente la Storia non arriva direttamente nelle case dei cittadini comuni, solo apparentemente il mercato e la finanza non interferiscono con il tran tran quotidiano di tutti. In realtà aumentando l’incertezza e le frustrazioni finisce che il senso di precarietà spinge gli individui a seguire quegli attori politici capaci di suggerire nemici. Essi svolgono un compito preciso: se la gente ha paura è necessario evitare che questa paura si trasformi in consapevolezza e poi in rivolta contro l’ordine costituito. Bisogna che i cittadini guardino il dito e non la luna, che scarichino ansie e livore contro il ladro, il clandestino, il rom, bersagli che hanno un volto e che sono immediatamente individuabili. Meglio spingerci a odiarci tra di noi che invitarci a ragionare.

D’altro canto coloro che predicano l’abolizione dei confini e l’accoglienza dell’immigrato senza se e senza ma, hanno fatto di quest’ultimo lo spettro persecutorio delle nostre coscienze, addossandoci la colpa d’essere brutalmente egoisti e insensibili, oltre che più fortunati. La sacralizzazione del più povero tra i poveri ha travisato la realtà e ha cancellato l’obiettività, impedendo ogni razionalizzazione. Il migrante che proviene dal sottosviluppo è colui che subisce maggiormente l’equivoco per essere l’ultimo inconsapevole anello di una catena di valori che muove produzione e consumo e che se ne infischia dell’integrazione. Se egli è inconsapevole del proprio ruolo – prima nel suo paese e poi qui in Europa – sta innocentemente al gioco e dunque viene usato per provocare una quantità enorme di falsa coscienza e di percezioni distorte del problema, che è uno: lo sfruttamento. I prestiti – che favoriscono gli esodi – rappresentano un business colossale per banche e organizzazioni non governative, sempre sostenute da multinazionali e miliardari “filantropi”, ma non apportano alcun beneficio a chi li riceve. Gruppi creditizi danno la caccia ai migranti per “comprarseli”, studiano campagne promozionali e le diffondono in 9 lingue diverse per accaparrarseli, e una volta che lo straniero immigrato si stabilisce qui lo spemono come un limone con allettanti proposte di finanziamento costruite ad hoc, compresa l’assicurazione in caso di perdita del posto di lavoro. “Straniero? No problem, sei il benvenuto”, “Prestiti senza confini” sono slogan mirati ed efficaci.

L’età dell’avvento, o del riscatto, è lontanissima. La perdita di una prospettiva di progresso sulle disparità è segnata dalla fine della storia intesa come lotta di classi e di unità del genere umano. L’unione sta nell’essere tutti debitori a vita: per il mutuo, per la lavatrice, per il dentista, per pagare l’affitto.

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