Napolitano va via

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Napolitano va via. E’ stanco e anche deluso. Adesso cominciano a farci l’elenco dei probabili successori, e possiamo metterci la mano sul fuoco che il prossimo Presidente non sarà nessuno di quelli che i giornali indicano già come “papabili”. E’ tutta una manfrina, un gioco per passare il tempo.

Certo che con Napolitano finisce un’epoca. Lui si porterà via tutto un mondo, un’idea di Stato e di istituzioni e di realpolitik che all’improvviso gli si sono rivoltate contro. Napolitano si è stancato non per l’età ma perché vede la nuova realtà politica come qualcosa di profondamente estraneo, di non misurabile col suo metro. La sua figura, fino a qualche anno fa, era prevista e giustificata da un tipo di società che appariva quasi come naturale, inevitabile e invincibile. Adesso si sente fuori posto. Non ci sono più i vecchi modelli, non c’è cultura, non c’è più nemmeno quell’idea di ineluttabilità con cui una volta si spiegavano le azioni e le omissioni, tutto è stato spazzato via in un baleno. Straniero in patria, coi nervi scoperti, lascia. Tutte le cose si capiscono, si amano o si odiano solo ritirandosi.

L’equivoco brucia il tempo, lo consuma, e manda in cenere un cuore antico. I giorni che lo separano dall’uscita di scena saranno più lunghi degli altri, giorni in più, come ombre allungate che forse gli permetteranno di guarire da tutto quell’armamentario pesante che lo lega alla storia e alla geografia dell’Italia. Si terrà solo la sua gloria personale, quella che tanti hanno disprezzato, quella che lui non s’è sentito sfuggirli di mano nemmeno quando è stato chiamato a testimoniare l’indicibile, la ragion di Stato, il segreto che non c’è oppure il segreto che c’è e che non si può neanche nominare per non dannare in fin dei conti tutti quanti. Gli uomini sono fallaci e fragili. Undicesimo: non giudicare.

Le verità vere o quelle presunte e romanzate, le cattiverie le conosciamo, cosa ci avremmo guadagnato se qualcuno le avesse confermate o smentite categoricamente? Stupore? Vergogna? Paura? Rabbia? Non mancano mai, bastano e avanzano. Quello che non potremo mai conoscere, nel caso, è il dolore lancinante che trapassa da parte a parte e che non si racconta. Il passato e il presente sono diventati grotteschi, si sono allontanati e non è più possibile stabilire quanto è grande la distanza. Quando ci si sente offesi si diventa scontrosi, insofferenti, e arriva il disamore. Ci ripenserà ogni mattina, scrivendo o guardando dalla finestra, e confermerà a se stesso d’essere stato sempre leale.

Baratterebbe qualunque cosa pur di uscire di scena ora, al più tardi domani mattina. Se fosse per lui lo farebbe alla chetichella, di nascosto, col passo felpato di un gatto. Non rimarrà più niente, neanche il modo di salutare da gran signore, la severità da anglo-napoletano d’altri tempi, l’educazione. Nel Palazzo c’è già la febbre del poi, molti hanno l’acquolina in bocca. Il frenetico movimento del potere ha archiviato il Presidente del ‘900 da un pezzo, la classe politica ora vede solo una poltrona vuota da occupare subito con un altro, un tipo veloce, rampante, oppure accomodante e distratto, oppure – ancora meglio – un tipo provvisorio che ricopra l’incarico giusto per lasciare il tempo di organizzare una Repubblica presidenziale, qualcosa che risponda al grande disegno della Nazione.

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