Pasolini era un eretico

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Pasolini era un eretico, non era amato né dalla politica, né dalla stampa né dagli intellettuali. Scandaloso per aver sempre voluto decifrare la reale fisionomia del potere e del paese, scandaloso per aver perseguito l’incommensurabile bellezza della fedeltà alle proprie convinzioni, fu perseguitato per aver subìto 33 processi in 28 anni, ma ancora di più fu perseguitato dall’ansia di conformismo che sempre ha caratterizzato la cultura nel nostro paese e che non sarà mai vinta. Pasolini definiva questo conformismo “un benpensare segno di una continuità della piccola borghesia italiana e della sua coscienza infelice”. A sinistra aveva molti detrattori, e chi non lo disprezzava spesso lo ridicolizzava. Nel febbraio 1975 Pasolini scrisse un articolo che poi fu inserito nella raccolta “Scritti corsari” e che si intitola “Cani” : vi si può leggere come reagirono intellettuali del calibro di Natalia Ginzburg, Umberto Eco, Giorgio Bocca alle sue dichiarazioni in merito alla questione dell’aborto, all’epoca al centro di accesi dibattiti. Travisarono le sue parole fino al punto di argomentare che per Pasolini l’unico rimedio all’aborto fosse l’amore omosessuale. Nell’articolo Pasolini riporta stralci di un intervento di Eco su “Il Manifesto” e rileggerli oggi impressiona. 

Eco: “Pasolini lascia intravedere la volontà repressiva di conculcare i diritti di una futura minoranza, quando abbia trionfato la nuova maggioranza….Il che non era passato per la mente nemmeno ad Huxley, a Orwell, nemmeno a Hitler…” Quando dice “futura minoranza” evidentemente si riferisce agli eterosessuali. Fa impressione perché non è cambiato niente. Gli stessi metodi adoperati per isolare Pasolini allora, oggi si adoperano per isolare e additare al pubblico disprezzo quei piccolissimi e sparuti rigurgiti di dignità che qualcuno ancora osa. I cittadini più che gli intellettuali, in verità, a parte Erri De Luca che per i suoi interventi a favore del movimento no-TAV ha fatto venir voglia a qualcuno di rispolverare il reato d’opinione. Tutti gli altri serenamente tacciono su tutto e quando non tacciono si limitano a formali condanne senza discostarsi dal solco di quello che Pasolini definiva “punto di vista maggioritario”.

Adesso si fa un gran parlare di Pasolini perché al festival di Venezia c’è in concorso un film di Abel Ferrara incentrato sulla sua straordinaria figura. Adesso manca a tutti, adesso ne lodano lungimiranza, lucidità, profondità e coraggio. Grazie tante: non c’è più, a chi può dare fastidio? E’ diventato il santo della cultura di sinistra, di quella intellighenzia che se fosse vivo oggi – c’è da scommetterci – prenderebbe subito le distanze da lui con tanto di “moralismo punitivo”. Non per cattiveria, per carità, solo per tenere in piedi la tendenza a proiettare l’insoddisfazione derivante dall’impossibilità di aggiustare un paese disastrato e corrotto su coloro che esprimono il rifiuto e che contrappongono la problematicità e il cuore a una falsa razionalità.

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