Il romanzo di Steve Tesich è un capolavoro

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Il romanzo di Steve Tesich è un capolavoro, senza mezzi termini. Karoo è uno dei personaggi più intelligenti, corrosivi e illuminati che la letteratura contemporanea ci abbia regalato. Qualcuno lo ha paragonato al Barney di Richler, ma la somiglianza riguarda soprattutto la superficie. Può ricordare Henry Miller per la totale mancanza di sovrastrutture, perché rivendica il diritto/dovere di sentirsi esonerato dal fingere di somigliare agli altri. Saul Karoo è monumentale, è un essere di fuga, e la storia che lui abita è il flusso onnisciente e ininterrotto dell’esistenza, uno straordinario trattato della vulnerabilità umana capace di strappare al lettore più risate che sorrisi.

“L’ultima cosa di cui ho bisogno è un professionista che mi aiuti a capire me stesso. In compenso provo un rimpianto struggente per quel periodo della mia vita in cui c’erano ancora cose che dovevo sforzarmi di capire”. E’ così, Saul Karoo ha capito tutto, “sa tutto tranne cosa fare di quello che sa” e darebbe qualsiasi cosa per staccare la spina e passare almeno un’ora senza lucidità, ma non riesce più a ubriacarsi. E’ diventato completamente refrattario alla sbornia: può mescolare in una sola serata vino,superalcolici, aperitivi, birra e liquori senza vacillare né perdersi.

Cos’altro non riesce a fare oltre a schivare suo malgrado tutto il protocollo dell’alcolizzato? Non riesce a divorziare dalla moglie, piuttosto col passare del tempo costruisce con lei una storia d’amore a puntate, prolunga ostinatamente un rapporto che per il lettore è motivo di spasso ma che per Saul ha il sapore di una tragedia. Non riesce a dedicare il suo tempo al figlio, al quale cerca di sfuggire con tutto se stesso non per mancanza d’amore né per noia, forse per paura: di rompersi, di sciogliersi come un cubetto di ghiaccio, di guastarlo. Non riesce a ribellarsi al suo capo, un produttore cinematografico “malvagio come l’erba è verde” e non riesce a prendersi cura di sé, della sua salute, un lusso che a cinquant’anni nessuno può concedersi se non vuole andare in avarìa.

In compenso Karoo è il miglior revisore di sceneggiature di Hollywood, il più pagato. Che cosa fa uno script doctor è presto detto: gli tocca appiattire le sceneggiature, gli tocca farle diventare prodotti banali e perciò commerciabili, gli tocca eliminare il sovrappiù di delicatezza e tutte le guarnizioni sensibili che lo sceneggiatore di talento ha inserito nella storia per lasciare solo quello che conta: un prodotto disinfettato alla portata di tutti, facile, dove il massimo del pathos sta in una colonna sonora strappacuore. Andando avanti nella lettura ci si affeziona senza remore a Karoo, che è un santuario dell’acume, e più ci appare difettoso e talvolta insensato più riusciamo a meritarci di sentire la vita a modo suo. Lo seguiamo con la consapevolezza che gli ci voglia qualcosa di grande per salvarsi, un’impresa, un’epopea, altrimenti è impossibile evitare lo schianto. E arriva, il prodigio. Arriva quando Karoo meno se l’aspetta: mentre lavora all’ennesima sceneggiatura fa una scoperta, coglie in un particolare l’occasione per una sorpresa e per un mutamento.

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