Lo spettacolo della morte

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Un momento del video dell’esecuzione del giornalista americano James Foley. Alle sue spalle il terrorista con accento londinese «Jihadi John» impugna un coltello con la mano sinistra (Reuters)

Lo spettacolo della morte

Ogni esecuzione nei video di Isis è seguita dalla “presentazione” di un altro ostaggio, come in un racconto horror a puntate, ed ogni puntata presenta il trailer della successiva . Ma non è Gomorra la serie, è tutto reale.

 

Lo spettacolo della morte, organizzato con tutti i crismi, non dovrebbe più essere mandato in onda. Basterebbe mostrare una foto mentre si dà la notizia. Non si tratta di invocare censure, si tratta di non fare il gioco dei registi. Mi riferisco ai video dell’ISIS che mostrano le decapitazioni  di uomini occidentali a cadenza regolare. Sono stati girati con una grande attenzione nei confronti dell’estetica e della cultura popolare occidentali. Se si riesce ad osservarli o a pensarci su tenendo a bada raccapriccio e sconforto si può notare che chi li ha ideati e poi confezionati ha fatto in modo di “imitare” il cinema americano e non lo ha fatto senza un motivo: colpire al cuore profondamente e in maniera devastante le coscienze di una società asfissiata e drogata dalle immagini non è semplice. Una decapitazione brutale priva di un “corredo” simbolico può sortire un totale rifiuto, l’oblio, la fuga, la distrazione immediata dal mostruoso. Per prevenire, guidare e condizionare i pensieri di coloro che guardano ci vuole anche artificio. E di artifici gli autori dei video ne hanno usati almeno due. Il primo è costituito dai colori. La tunica indossata dai giornalisti inginocchiati accanto al boia è arancione e senza nessuno sforzo rievoca Guantanamo. Il boia tutto vestito di nero evoca immediatamente la morte, il cattivo: arancio e nero si stagliano contro il colore del cielo e della sabbia del deserto, producono un effetto forte che fa “cinema”. Infatti il video, come riporta Le nouvel Observateur, sembra copiato da Seven, il new-thriller di David Fincher. La scena finale è quasi identica, come si può vedere nelle immagini qui sotto.

 

Il secondo artificio riguarda l’andamento ritmico. C’è un ritmo preciso in tutti e due i video, il boia gesticola col coltello in mano mentre parla, lo fa volteggiare pericolosamente vicino al volto del condannato per un quarto di secondo, il tempo giusto perché chi osserva dica “ooh, adesso, adesso lo uccide” e va avanti così aumentando il pathos e l’attesa di qualcosa che non si vuole che avvenga ma che si sa che avverrà entro pochi istanti, dopo che il prigioniero sarà stato costretto a recitare il disprezzo per il proprio paese. C’è anche un altro andamento ritmico molto sapiente: ogni video ne preannuncia un altro, ogni esecuzione è seguita dalla “presentazione” di un altro ostaggio, come in un racconto horror a puntate, ed ogni puntata presenta il trailer della successiva . Ma non è Gomorra la serie, è tutto reale.

Potrebbe esserci ancora un terzo artificio: non si sa quando le vittime siano state assassinate. Le immagini sono al vaglio degli esperti e il dubbio che essi possano essere stati decapitati tutti nello stesso giorno esiste. Quanti ne sono stati uccisi? Cinque, sette, dieci, quindici? Viene da chiedersi come mai essi abbiano accettato di recitare un discorso contro il proprio paese e la propria cultura. Se sto per essere ammazzato, se mancano pochissimi minuti alla fine, perché accontentare i miei assassini? Cosa posso temere di più della morte certa che mi aspetta? Nulla. E’ probabile che l’artificio consista non solo nel rimandarci a puntate i filmati delle esecuzioni avvenute nello stesso giorno di chissà quante settimane fa, ma addirittura nell’aver lavorato al montaggio di sequenze diverse come si fa col cinema. Dapprima sono state girate le scene in cui i prigionieri, ignari di dover morire, dichiarano di odiare l’occidente: ecco perché accettano di farlo, perché ancora credono di potersi salvare. Nei giorni successivi sono state filmate le esecuzioni. Infine, confezionato ad arte il prodotto, lo spediscono a puntate, seguendo sempre l’andamento ritmico tipico del thriller.

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