Stato di diritto e morti di Stato

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Stato di diritto e morti di Stato

Stato di diritto e morti di Stato. Ferulli, Uva, Aldrovandi, Cucchi, Bianzino, Bifolco, Giuliani, Resman, Mastrogiovanni, Magherini: sono morti di Stato ma l’elenco non è completo. Mancano altri nomi, mancano quelli che sono sopravvissuti e mancano i cittadini non comunitari che muoiono in galera senza trafiletti sui giornali. Abuso di potere da parte delle forze dell’ordine, svilimento dello stato di diritto, depistaggi, prove false, omissioni e coperture caratterizzano lo scenario sconfortante di fronte al quale tutti i familiari di questi cittadini si sono trovati. Vittime accusate di essersela andata a cercare, sono loro gli unici colpevoli da difendere. Le dinamiche e le cause che hanno determinato tali tragedie sono tutte diverse tra loro, quel che conta è che ognuna di queste storie ci racconta che esiste una tendenza da parte delle forze dell’ordine a non controllarsi, a non rispettare le regole, a ignorare i diritti dei cittadini e a non saperli tutelare. E’ gravissimo, è pericoloso.

La cosa che spaventa è che quel che è accaduto a Magherini, o a Cucchi e Aldrovandi, può accadere ancora e può accadere a ciascuno di noi. Incensurati o meno, tossicodipendenti o meno, ricchi e poveri, agitati o meno, di fronte a un agente in divisa dobbiamo per caso tremare?  Dobbiamo per caso cominciare a pregare di essere incappati in un tipo calmo, uno razionale, uno che non perda facilmente la testa e che non picchi duro? Obiettare che se non hai fatto nulla non ti succede nulla non regge: il caso Aldrovandi è la risposta più chiara all’obiezione. Magherini per esempio quella notte a Firenze dava i numeri, ma era una persona perbene che non aveva mai fatto del male a nessuno. Preda di un indicibile malessere psichico, avrebbe dovuto ricevere immediatamente un soccorso sanitario, un’assistenza medica, invece è finito per terra a implorare disperatamente un aiuto. Nessuno l’ha ascoltato perché probabilmente alle sue invocazioni nessuno ha dato peso. Così ha smesso di respirare mentre lo tenevano schiacciato sul selciato, ammanettato.

E Bifolco?, quel sedicenne napoletano, quel minorenne di serie B di cui tutti si sono dimenticati? Morto ammazzato da un colpo di pistola per non essersi fermato all’alt dei carabinieri. Quanti di noi hanno detto che è morto perché non è bene circolare in motorino senza il casco e per giunta scappare? Si tratta di ragionamenti perversi: giustificare la cultura della violenza è il primo passo verso la barbarie. Tutti i morti dell’elenco, senza il ricordo di ognuno di noi e senza il dolore attivo delle famiglie sarebbero finiti per niente. E’ necessario parlarne, firmare se c’è da firmare petizioni, protestare, preoccuparsi, esigere a gran voce chiarezza e giustizia. Guai se crediamo che ciò che non accade a noi non è importante e non ci riguarda. Guai a chi crede che certi “incidenti” siano trascurabili, perché è così che i casi ritenuti erroneamente eccezionali diventano una regola. La democrazia e la giustizia si proteggono stando tutti insieme.

Lo Stato ha il dovere di difendere le vittime, anche nei casi in cui il poliziotto o il carabiniere hanno sbagliato per distrazione, per ignoranza, per leggerezza e non per crudeltà mentale. Non è concepibile ammettere che un tutore dell’ordine sbagli e non paghi. Con il dovuto rispetto per tutti coloro che lavorano per noi rischiando la vita e che percepiscono stipendi da fame, va sottolineato che esistono in ogni categoria individui “inadatti”, e non è il caso che agli inadatti si affidi la tutela dei cittadini. In questo paese i casi di violenze da parte delle forze dell’ordine sono in costante aumento, così come i pestaggi nelle questure e nelle carceri.

E’ molto triste che i parenti delle vittime debbano addirittura scusarsi: perdonatelo, è morto perché se l’è cercata, poteva evitare di far tardi e starsene a casa, poteva evitare di sniffare, poteva evitare di bere, poteva evitare di far casino e spaventare gli agenti, è tutta colpa sua, scusatelo se morendo sta creando problemi alle forze dell’ordine.

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