Yes, we can

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Yes, we can

Sono ripetitiva, lo so, parlo tanto dell’Europa.

Yes, we can, che bella frase. La sinistra europea da quando ha smesso di fare politica si è dedicata alla rappresentazione dei valori che la distinguono dalla destra: difesa dei diritti delle minoranze, antirazzismo, moralizzazione, uguaglianza. Si tratta di una questione di principi enunciati ma non praticati oppure molto poco praticati. Ha lasciato alla destra il compito di occuparsi del problema – gravissimo – della perdita di sovranità nazionale, che è il più importante e significativo dei temi contemporanei. In mano alle destre quel problema ha assunto caratteristiche spiacevoli, la difesa dello Stato sovrano è sfociata nella xenofobìa e la rivendicazione dell’autonomia nazionale osserva una liturgia miope e reazionaria. La scelta delle sinistre europee di mettersi al servizio del capitale e del mercato ha scaturito la conseguenza di rafforzare le destre: di fatto soltanto loro hanno cominciato a dar voce alle masse scontente e impoverite facendo leva solo sul sentimento irrazionale della paura. La sinistra ha fatto sì che si sminuisse il valore di una protesta che invece dovrebbe essere sacrosanta. Il proverbiale Yes, we can suona come uno sberleffo, si risolve in una messinscena.

Dagli anni ’80 a oggi il mercato finanziario ha lentamente ma inesorabilmente decostruito lo Stato con la conseguenza che i governanti hanno perduto tutta la capacità di progettare e di avere idee. Il capo, che ogni Stato europeo esibisce, indossa il vestito del potere ma questo potere non lo esercita più. Ogni Stato membro ha abbandonato le sue competenze interne in mano alle regioni e per tutto il resto ha ceduto alla UE il potere di proteggere le frontiere, di stampare moneta o di non farlo, di prendere decisioni su ogni aspetto della vita pubblica. Talvolta le decisioni ci piacciono (G8 di Genova) e talvolta per niente (distruzione degli ulivi in puglia, Triton, politiche di austerità). Il leader di governo  sbandiera un’agenda politica da rispettare e si presenta ai cittadini come l’uomo dal polso duro che non sente ragioni perché deve “cambiare il paese”, dando l’illusione di avere ampi margini di manovra e un piglio da “capo”. Il fatto è che quell’agenda politica è la stessa per tutti, in Europa, e non c’è nessuno che possa fare diversamente. Smantellamento dello stato sociale, licenziamenti, privatizzazioni, bavagli ai media, ridimensionamento delle istanze di stampo socialista presenti nelle Costituzioni sono i cardini del cambiamento che ci viene imposto. Si tratta di obbedire, non di governare autonomamente. Al primo che alzasse la testa farebbero immediatamente la guerra a colpi di spread. Quando in Italia Berlusconi fu fatto dimettere e al suo posto arrivò Monti la gente festeggiava per strada il capodanno e l’epifania della politica senza capire che quell’avvenimento segnò per sempre una rottura col passato: era la fine conclamata dello Stato sovrano. Nemmeno l’ottimo Alexis Tsipras riesce a trovare il coraggio di fare ai greci un discorso politico che si possa realizzare sul serio. Ha paura. Ha paura della punizione che gli infliggerebbero. Un leader non deve avere solo la capacità di convincere i cittadini, non basta: deve mostrare una strada diversa, ammesso che quella strada possa egli stesso vederla (non soltanto immaginarla) e invitare coraggiosamente a percorrerla.

L’Europa dal canto suo uno Stato centrale non c’è l’ha: possiamo identificare lo Stato col FMI? La UE inoltre ha delegato la propria politica di difesa alla NATO, la politica estera l’ha messa nelle mani degli Stati Uniti. Se l’accordo sul TTIP verrà raggiunto l’Europa perderà anche il potere di gestire la propria politica economica e piuttosto che potenziare se stessa consentirà alle multinazionali di fare pressione sui paesi che non si attenessero alle regole stabilite dai più forti e darà agio agli USA di riconquistare la leadership perduta. E noi? Noi sempre meno tutelati, su questo non ci piove.

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