Quando eravamo liberi c’era Oriana Fallaci

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Quando eravamo liberi c’era Oriana Fallaci

“…lasciar funzionare le leggi del mercato, limitando l’intervento pubblico a quanto strettamente richiesto dal loro funzionamento e dalla pubblica compassione” Tommaso Padoa Schioppa

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Quando eravamo liberi c’era Oriana Fallaci che vomitava odio verso l’Islam un giorno si e l’altro pure e nessuno si sognava di zittirla: era rispettata, anche da tutti coloro che non condividevano i suoi punti di vista. Scriveva libri sull’argomento con risoluta ostilità, avvertiva un pericolo e considerava smidollati i buonisti, che secondo lei non difendevano la patria. Quei libri fruttarono bei soldi agli editori. Non c’era nessuno – ripeto – che trovasse qualcosa da ridire sul fatto che le si offrisse tanto spazio per esprimersi. Si credeva ancora nell’affermazione della libertà di espressione, ragion per cui le coscienze dotate di spirito d’avventura, nonché di vis polemica, quasi mai finivano in penitenza. Fallaci era controversa, discussa, ma stava al centro della scena e non relegata in un angolo. Il nostro era un paese libero. Normale e libero. A me la Fallaci non è mai piaciuta: troppo livorosa, eccessiva, perentoria, eppure l’ammiravo per il coraggio e la passione sincera. Altri hanno sostenuto posizioni analoghe, con la medesima durezza ma con intenti e motivazioni diversi: non sono stati puniti per aver espresso le proprie idee. Da qualche tempo questa libertà è finita, la normalità è finita. Filippo Facci – molto meno influente di Fallaci – per aver dichiarato di odiare la religione islamica è stato sospeso dall’ordine dei giornalisti per due mesi e per di più gli è stato tolto lo stipendio. Un gesto gravissimo. Altro che censura.

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Bisogna irregimentarsi, tutti, e obbedire al diktat: occorre santificare lo straniero, egli viene per rinsanguare l’etnìa, e occorre dare una mano – cento mani – a milioni di africani che sono in gran parte migranti economici. I migranti economici appartengono a una categoria che Angela Merkel – dunque la UE – non ha voluto considerare accoglibile. E’ una categoria a cui noi abbiamo appartenuto in passato, e a cui nuovamente apparteniamo. Dall’Italia chi può scappa via perché qui non c’è lavoro, non si può pensare di metter su casa, di far figli, di contare su entrate mensili bastevoli per condurre una vita decente. Non si può nemmeno immaginare un futuro tranquillo, una vecchiaia confortata da una pensione decorosa.  Questo paese senza ricambio generazionale ha bisogno dei migranti per rifiorire, dicono. Loro figliano sempre, pure senza casa e senza denaro. Noi non più, noi vorremmo garantire ai nostri bambini – se non il meglio – una vita senza privazioni. Eugenio Scalfari ha sostenuto, in un’intervista, che i poveri non hanno desideri né aspirazioni. Ecco : i poveri autentici, i poveri poveri, gli ultimi, quelli si che fanno al caso nostro. Non avendo desideri né aspirazioni, li si porta in paese indistrializzato e tutto ciò che gli si concede è già troppo.

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Ci hanno chiamati bamboccioni, hanno detto che siamo troppo viziati e che non sappiamo assumerci responsabilità. Se non nascono bambini la colpa è nostra, non dei tagli alla spesa pubblica, non della deflazione, non dell’austerità, non della crisi degli alloggi, non della disoccupazione, non delle privatizzazioni, non della perdita di diritti per chi lavora, non dei vaucher, non della flessibilità, non delle politiche monetarie che tendono all’abbassamento di salari e pensioni. Noi siamo i colpevoli di tutto quanto, anche di aver tolto tutto ai paesi dall’altra parte del globo. Prima che questa litanìa venisse ripetuta continuamente, giorno dopo giorno, e inculcata, già c’era chi la cantava da tempo. Mi viene in mente per esempio Tommaso Padoa Schioppa. Nel 2003, sul Corrriere della Sera, scriveva  «Non restano che le riforme strutturali, eterno ritornello di quelle che Luigi Einaudi chiamava le sue prediche inutili: lasciar funzionare le leggi del mercato, limitando l’intervento pubblico a quanto strettamente richiesto dal loro funzionamento e dalla pubblica compassione». Non è tutto, diceva anche che bisognava «attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna» e proseguiva affermando che il welfare fosse «degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato». Agghiacciante. Costui era uno degli ideatori della moneta unica, l’euro, che non è una moneta qualunque bensì uno strumento che per la sua stessa “conformazione” facilita di molto l’eliminazione dei diritti dei ceti medio-bassi e l’austerità punitiva.

Le terribili riforme strutturali senza le quali non ci sarebbe ripresa, non sono che ulteriori strumenti per impoverire le masse e favorire i mercati. Che cosa c’entrano Fallaci e Facci con questo? C’entrano: essi – in periodi diversi – hanno posto l’accento sul problema delle differenze culturali tra occidente e mondo arabo. Oriana Fallaci lo ha fatto quando non era cominciata la deportazione dei nuovi schiavi (ovviamente travestita da operazione umanitaria). Facci lo fa adesso, quando è chiaro a tutti che l’integrazione è fallita da anni, quando è diventato prioritario il tema dell’accoglienza, quando il caos predeterminato delle politiche sui flussi migratori l’ha avuta vinta. I migranti muoiono a migliaia e li si deve salvare, punto. Non c’è più – non ci deve essere – memoria dei disastri compiuti prima che si arrivasse a questo. Eppure non è esattamente l’Islam il nocciolo della questione, benché il terrorismo islamista rappresenti un effettivo pericolo. Non sono i musulmani i “cattivi” della storia. Neanche per sogno. I cattivi sono bianchi e vestono elegantemente gli abiti delle persone affidabili. Il vero tema parte da una domanda: perché – visto che chi ha fondato la moneta unica aveva idee chiarissime sulle nostre sorti e progressive – dovrebbe avere a cuore le sorti dei paria della terra all’improvviso? E con una tale foga da tacitare chi si ribella tacciandolo di xenofobìa, razzismo e pure fascismo? Perché? Per livellare tutto quanto verso il basso. Per lasciare che poveri italiani e poveri africani si facciano concorrenza tra loro – al ribasso – per un lavoro qualunque. Non è una risposta completa né esauriente, ma è un buon punto di partenza per cominciare a cercare altre risposte.

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