Cambiano le bandiere ma l’odore è lo stesso

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Cambiano le bandiere ma l’odore è lo stesso, l’aria è la stessa, perfino la gente sembra la stessa. Forse i comunisti avevano un pò più bambini e una specie di allegria immotivata addosso che qui fai fatica a ritrovare. Ma sono sfumature. Di fatto vedi le facce di un’Italia che ormai è sempre uguale, e dappertutto: a Loreto in pellegrinaggio, alla tivù ad applaudire il gioco, alla partita a tifare contro, in piazza a urlare dietro ai ladri, per strada a vivere ognuno come può, meglio che può. Sarà un’impressione ma la moda è occultare le differenze. Sulle facce non si legge più niente, perfino le scarpe non tradiscono più nulla. Tutti in tuta mimetica, con addosso i colori della normalità per acquattarsi nella giungla dell’insignificanza. Guerriglieri dell’ovvietà.

…Quando lui sale sul palco si scatenano bandiere, applausi, urla. Parla per un’ora e mezzo, e questo già la dice lunga. Spiega tutto. Chi ci ha fregato, con che sistema, a partire da che giorno, con l’aiuto di chi. Con un vocabolario da bar e una sintassi più che decorosa rende tutto, improvvisamente, comprensibile. Sulla mappa incasinata di 40 anni di malgoverno lui incide la rassicurante chiarezza di una freccia a prova di deficiente: voi siete qui, vogliono farvi andare lì, e invece noi vi porteremo laggiù. Non è più importante nemmeno che dica cose vere. La gente, che comunque ama più una falsità chiara che una verità incomprensibile, ulula la propria gratitudine. Ulula, va detto, soprattutto quando si toccano due tasti: il portafogli e la rabbia.

Sulla rabbia, la faccenda è sottile: lui fa degli slalom da dio e di violenza non parla mai. Però fa delle rasette micidiali e la gente non si tiene più. Il suo popolo, sulla spinta, va di fantasia ed esplode in un boato dove l’inconfessata voglia di menar le mani galleggia come un combustibile che non puoi non sentire. Dopo un’ora e mezzo sono ancora tutti lì. Lui ha un pò perso il controllo, è decollato su strane teorie sul cristianesimo, sbanda alla grande discettando di ideologie, di occidente, di valori, finisce per perdersi completamente, se ne frega, decide che può bastare.

Bel pezzo, vero? L’ha scritto su La Stampa nel 1993 quel bravissimo giornalista che era Alessandro Baricco prima di aprire Scuola Holden, prima di diventare amico di Farinetti e di Renzi, prima che mezza Italia decidesse che era antipatico. Io ho solo abbreviato il tutto omettendo qualche passaggio ed evitando accuratamente di fare il nome del leader a cui Baricco si riferisce. Ho scritto “lui”. Perché? Non ditemi che non avete visto in quel “lui” Beppe Grillo. E invece era Bossi. Nel 1993.

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