La fine della dialettica

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La fine della dialettica

Il linguaggio si è impoverito. In politica tutto è cominciato con Berlusconi e la Lega, poi la tendenza a semplificare si è estesa a macchia d’olio e ha contaminato tutti. La mazzata finale l’hanno data prima le televisioni e poi i social. L’uso dello slogan, della frase breve e concisa per esprimere concetti che arrivino alla pancia delle persone il più velocemente e facilmente possibile, ha praticamente azzerato la dialettica e soprattutto la voglia di ragionare. Certe volte ad ascoltare o a leggere gli scambi di insulti tra renziani e grillini cadono le braccia: a scuola ci passavamo bigliettini che in confronto ai loro tweet  erano capolavori della retorica. Sai che c’è? C’è che i “padri” sono l’incarnazione della storia e della cultura precedenti, e i “figli” (dai 5stelle ai renziani) hanno deciso di alzare un muro per isolarli, quei padri. Questo significa che molto difficilmente li supereranno: senza un reale e profondo rapporto dialettico col passato nessuno può pretendere di acquisire una coscienza storica di sé. Inevitabilmente si regredisce perché non si fa altro che ricreare conformismi, miserie e convenzioni, se è possibile peggiori delle precedenti.

La nuova contrapposizione tra Renzi e il movimento di Grillo non fa che dimostrare il fatto che al cittadino si propongono due diversi tipi di rifiuto del “prima”, uno che sta al potere e un altro che sta all’opposizione, uno gonfiato a dismisura dai media, l’altro denigrato anche quando non lo merita. In comune hanno una cosa: tutti e due rispecchiano pienamente la moda vigente: nessuna profondità, esaltazione quotidiana di una cultura che si vanta di non avere radici.

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