Il Padre dei turchi

Share

Il Padre dei turchi, l’unico vero Padre, era e rimane Mustafà Kemal Ataturk. Churchill lo definì un uomo di quelli che nascono ogni due secoli. Cacciò i greci che colonizzavano, diede forma di Repubblica a un decadente impero per metà già in mano straniera, scrollò di dosso al paese intero la polvere sporca del medioevo e ispirandosi alla Francia e alla Gran Bretagna lo condusse nelle braccia della modernità e della cultura laica. Dovrebbe vedere adesso, Ataturk, in quali mani è finita la Turchia, ridotta a metà tra lo stato di polizia e l’islamizzazione più retriva.

Il dubbio che il colpo di Stato in Turchia sia stato organizzato e gestito da Erdogan è diventato a poche ore dall’evento una certezza, o almeno l’ipotesi più probabile. Troppe le leggerezze compiute dai golpisti, troppi gli errori, troppe le incongruenze, a cominciare dal fatto che Erdogan non sia stato arrestato, fino all’inspiegabile mancata intercettazione dell’aereo presidenziale che faceva il girotondo nei cieli sopra Ankara. Si pone l’accento su un’altra inspiegabile distrazione: come mai nessuno dalla vicina base NATO di Incirlik non ha notato gli F16 dei golpisti in volo? Erdogan se lo è domandato, e ha fatto arrestare il responsabile turco di stanza alla base.  Mentre i capi di Stato tacevano, il mondo occidentale guardava con stupore e imbarazzo: le speranze che fosse tutto vero hanno – almeno per un’ora – riscaldato i cuori di milioni di cittadini europei: come al solito gli ingenui come me sbagliano sempre. Adesso i governanti davanti ai microfoni sono tutti concordi: rispettano la democrazia, tirano un sospiro di sollievo perché la stabilità ha vinto. Ma veramente? La situazione è molto più grave di quanto vogliano farci credere.

Visto che il colpo di Stato era un film, cerchiamo di capire perché Erdogan ha fatto il regista di questo film. Per rafforzarsi? Era già fortissimo e potente prima, sia nel suo paese che nei confronti dell’Europa: faceva già il bello e il cattivo tempo, ricattava, chiedeva sempre ottenendo, rappresenta(va) per la NATO una postazione strategica geograficamente ineguagliabile e per noi un tappo a protezione dagli invasori e dai migranti, teneva le porte aperte al commercio illegale di petrolio che tutti compra(va)no e usa(va)no, stringe(va) le mani al collo dei combattenti curdi, i soli fuori dal giro, i soli in grado di sconfiggere lo Stato Islamico e di lottare per un’idea e non per interesse, e perciò fastidiosi e importuni. Che cosa ha spinto un uomo così tanto influente, utile e temibile a inscenare una farsa? Possibile che il finto golpe gli serva solo a consolidare il potere e ad aprirgli la strada verso il Presidenzialismo? Possibile che abbia fatto tutto per liberarsi degli oppositori? Fossero segretamente ostili anche metà degli ottanta milioni di turchi, la risposta più prudente dovrebbe essere no. Erdogan non ha agito solo per risolvere in poche ore una questione interna.

Il primo segnale importante che dimostrerebbe altre e più ambiziose mire arriva subito dopo il rientro a casa: il sultano accusa l’imam Gulen di essere stato l’ideatore e l’organizzatore del golpe e ne chiede l’estradizione agli USA, che lo ospitano da circa 17 anni. Se la prende con il governo americano, usa la parola “tradimento”. Il secondo segnale è il blocco della base NATO di Incirlik con l’interruzione dell’erogazione di corrente elettrica, avvenuto probabilmente per ricattare: o mi date Gulen o da qui non parte più una sola missione, vi impedisco ogni operazione. Il ricatto si potrebbe allargare: mi fate entrare nella UE? No? Ve ne pentirete. Il terzo segnale è antecedente: la pace fatta con Putin e qualche approccio distensivo con Assad dimostrerebbero chiaramente l’intenzione di mettere paura a Obama e a Merkel. Come a dire: l’alleanza può andare a farsi friggere, signori, ho le mie alternative.

Potremmo discuterne ancora, la sola certezza è che non sapremo mai com’è andata e chi ha voluto il golpe, finto o vero che fosse.

 

Feedweb for WordPress. v3.1.1

Share
Precedente Parli del TTIP e ti rifilano il CETA Successivo Integrazione è una parola