ISIS una società off-shore

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ISIS una società off-shore

“ISIS non è niente di più che una società off-shore dell’Arabia Saudita che propaga una versione estremista, wahabita, dell’Islam. Da Riad arrivano tonnellate di soldi e l’ideologia per diffondere fondamentalismo nel mondo arabo. Questa situazione è la conseguenza diretta dei devastanti attacchi degli Stati Uniti in Iraq del 2003 e degli attacchi della Nato in Libia del 2011 che hanno esasperato il conflitto sunniti-sciiti diffondendolo in tutta la regione.I bombardamenti della Nato hanno fatto aumentare il numero delle vittime di dieci volte, hanno distrutto la Libia. Anche questa guerra è destinata a fallire e non può comportare altro che diffusione di jihadismo” Noam Chomsky 

ISIS una società off-shore. “Non è stato un attacco vile alla civiltà o alla libertà o all’umanità o al mondo libero ma un attacco all’autoproclamatasi superpotenza del mondo, la conseguenza di specifiche alleanze e azioni americane.” La temeraria Susan Sontag pronunciò questa frase all’indomani dell’11/9 2001 attirando su di sé ira e disapprovazione. Un altro americano, Noam Chomsky, oggi considera le uccisioni perpetrate da Obama con l’uso dei droni  come “la campagna terroristica più estrema dei tempi moderni”. I morti per terrorismo sono vittime – oltre che del famigerato Abu Bakr al-Baghdadi – dell’imperialismo occidentale e saudita. Questo è un punto di vista che si contrappone all’opinione secondo cui l’Islam sia intrinsecamente teocratico e partorisca fenomeni come IS a causa della sua stessa essenza, come sosteneva la Fallaci e come sostengono attualmente tanti osservatori e opinionisti, oltre a un buon numero di politici. L’Islam non è teocratico per la semplice ragione che è il potere politico che strumentalizza la religione e non il contrario, inoltre la nascita e la crescita di ISIS è avvenuta attraverso lo sviluppo di diverse organizzazioni jihadiste che sono state utilizzate dagli occidentali per raggiungere degli scopi, per destabilizzare e annientare i nemici di turno. Il variegato universo della jihad ha intrattenuto e intrattiene relazioni a vario titolo con rappresentanti dei governi sauditi e occidentali. Gli occidentali nel corso degli anni si sono serviti della jihad anche per contrastare l’Unione Sovietica (Turchia, Iran, Afghanistan) e i vari capi di Stato, i quali da amici fidati diventavano da un giorno all’altro mostri sanguinari: Saddam Hussein in Iraq, Assad in Siria, Gheddafi in Libia.

ISIS si distingue dalle precedenti organizzazioni jihadiste per una caratteristica fondamentale e insolita: esso si espande non tanto attraverso la feroce conquista militare di territori destabilizzati ma soprattutto attraverso la massiccia presenza mediatica. Riesce a coniugare concetti arcaici e promesse messianiche antichissime alla tecnologia più sofisticata. Con l’arcaismo recluta i giovani arabi che sono nati e cresciuti in Medio Oriente – quindi in un incubo – che non hanno niente da perdere e che preferiscono votarsi a una causa e al martirio. Con la tecnologia (l’uso sapiente del web, la patinata rivista Dabiq e i video hollywoodiani delle decapitazioni) recluta gli sbandati, i sociopatici e i nichilisti che si trovano in Europa, gli arabi di seconda e terza generazione non integrati e gli occidentali figli della società liquida, ragazzi che hanno perso tutti i punti di riferimento eccetto il rancore.

Dalla propaganda di ISIS è venuta fuori un’interpretazione dei fatti banalizzata, volutamente è stata alimentata una sorta di mitologia del male, un paradosso con tutto il suo corredo di demonìa e odore di zolfo. Lo Stato Islamico di al-Baghdadi è un messaggero lugubre che si muove benissimo nel perimetro delle illusioni: si rivolge ai nostri fantasmi interiori, si butta a capofitto in quel pozzo profondo dove si cela una trama inconscia fatta di orchi, di lupi, di fascinazioni infantili per l’uomo nero che suscita brividi di paura. La tentazione di sopravvalutare l’intelligenza e il potere dell’avversario ha offuscato la razionalità. La lotta contrappone un gigante dotato di tutti i mezzi possibili e immaginabili per l’offesa e per la difesa a un manipolo di duecentomila fanatici, dunque perché mai parlare di guerra? Perché ISIS sembra molto più forte e temibile di quanto in realtà non sia? E perché la faccenda appare tanto complessa? Perché il gigante nemico di ISIS è oggetto e soggetto allo stesso tempo: è lui che gli fornisce le armi e compra il suo petrolio tenendolo in vita, è lui che considera l’Arabia Saudita un buon alleato per distruggerlo.

Non sappiamo cosa accadrà in futuro in Medio Oriente, non sappiamo se e quando ci sarà un dopo Assad e se la Siria diventerà o meno un altro Iraq, non sappiamo se qui da noi la liberté verrà inghiottita dalla securité, non sappiamo neanche se per i capi di Stato il sangue versato a Parigi e a Bamako sia soltanto un grave danno collaterale motivo di dolore e di preoccupazione. Per la prosecuzione della loro cinica realpolitik il terrorismo può rappresentare anche un colpo di fortuna.

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