Le cosche vengono a trovarci a casa

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Le cosche vengono a trovarci a casa, ogni settimana. Quante volte usiamo o sentiamo ripetere le frasi “mentalità mafiosa” e “mentalità camorristica”? In molte zone dell’Italia e ormai non solo al sud c’è una tale consuetudine a convivere col fenomeno delle cosche che neanche le fasce sociali del tutto lontane dagli ambienti malavitosi ed estranee ad essi possono dire con certezza di non avere avuto almeno una volta a che fare con la longa manus della criminalità organizzata: comprando oggetti e capi d’abbigliamento contraffatti, mangiando in un ristorante o sedendosi al bar senza sapere che appartiene a una “famiglia”, pagando il pizzo se si è commercianti, ricevendo una intimidazione a svendere un immobile o a farsi proteggere il cantiere se si è costruttori, non potendo accedere alla trattativa di un qualsiasi affare perché la mafia ne ha il monopolio, avendo un bambino a scuola il cui  amichetto del cuore  è il figlio educato e simpatico di un camorrista. Gli esempi sono infiniti, riguardano la vita di tutti i giorni, che sembra una vita normale ma che non è affatto normale.

La mentalità camorristica o mafiosa è un fenomeno diffuso e non riguarda semplicemente gli industriali, i politici o i faccendieri che non disdegnano accordi coi malavitosi; le vere vittime di tale stortura sono i più deboli dal punto di vista economico, sociale e dal punto di vista dell’acculturazione. Vi sono interi quartieri periferici controllati dai vari gruppi che si spartiscono i territori. Si tratta di quartieri spogli, degradati, privi di punti di aggregazione, tanto grandi quanto pericolosi, i cui abitanti finiscono col sentirsi protetti  da coloro che garantiscono un certo ordine. E’ così che pian piano il capozona diventa un punto di riferimento. I malavitosi sostituiscono lo Stato e i tutori dell’ordine, insomma. Si tratta di un rapporto di forza che non viene più percepito come tale dalle persone a cui viene imposto, bensì come un qualcosa di naturale o conseguenziale che possiede una sua legittimità. Anche i malavitosi hanno imparato che per governare e per imporsi devono dissimulare i rapporti di forza, essere gentili, rassicuranti, in modo che tutti comprendano la regola: se stai al tuo posto e mi lasci fare saremo tuoi ottimi amici. La “socializzazione” con le mafie arriva alla fine a tollerare tacitamente un eventuale ricorso alla violenza fisica per punire uno “sgarro”. E’ un cancro, una malattia che certe minoranze non sanno di avere, si credono immuni per il semplice fatto di non partecipare ad attività illecite o criminose; l’atteggiamento con cui essi tollerano una situazione annosa e singolare non si può spiegare col libero arbitrio, non è possibile ed è ipocrita ritenerlo possibile. Chi accetta fa di necessità virtù, si adatta a situazioni oggettive anomale e qualche volta inevitabilmente persino “ammira”.

Ho già parlato di “Gomorra – la serie”, che sta andando in onda sui canali Sky e che sta riscuotendo un bel successo di ascolti. Bene, tralasciando i giudizi formali sul prodotto televisivo, trovo molto interessante il modo in cui si veicola la cultura delle famiglie della camorra : personaggi violenti, brutali, spietati e disgraziati a poco a poco diventano anche umani, deboli, sentimentali, eroici nel loro mondo terrificante, ragionevoli nelle loro aspirazioni inconcepibili, giusti mentre agiscono in contesti ingiustificabili o moralmente scandalosi. Gli autori hanno involontariamente azzerato ogni filtro tra lo spettatore e i criminali per un eccesso di ambiguità. La sostanziale differenza tra il film di Garrone e la serie televisiva non è estetica e non riguarda le esigenze legate al prodotto televisivo, è proprio una differenza di sguardo e credo sia impossibile non ammetterlo. Vorrei sapere quanti ragazzi si identificano in qualche maniera con Ciro, quanti uomini che vivono al limite della legalità sognano di avere al loro fianco una donna col temperamento di Imma, che è risoluta, intelligente, innamorata, integrale, tanto calma da mitigare e offuscare la sua aberrazione e la ferocia con la quale difende i suoi cari e i suoi interessi. Quanti telespettatori hanno pensato che il suicidio indotto dell’avvocato milanese fosse la giusta conclusione per un tradimento? Mi piacerebbe saperlo, mi piacerebbe sapere quanto i criminali risultano affascinanti come quelli di certi film americani sulla mafia che vennero dopo la trilogia “Il Padrino” senza possederne lo spirito e lo spessore.

“Gomorra – la serie” sembra mancare della padronanza simbolica dei princìpi, il che stimola categorie di percezione e di pensiero che deformano il messaggio rendendolo completamente indipendente dalle intenzioni degli autori.

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