L’arroganza al potere

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L’arroganza al potere

Un pò Steve Jobs che cambia il mondo in un garage e  un pò showman, il nostro premier contrappone la sua squadra di piacenti squali ai nemici, ha bisogno di nemici come tutti i capi, e i nemici – come fossimo nei cartoni animati di Disney – li chiama gufi.

L’arroganza al potere: un sottotitolo appropriato per il grande spettacolo della Leopolda 5. I manifesti antigufi – che sono all’asta su e-bay (!!!) –  la dicono lunga sulla modestia che caratterizza l’affiatato ed entusiastico team di Renzi superstar. Le foto sono qui, giusto per non dimenticare l’originalità e la sfrontatezza di chi li ha ideati e realizzati (Dotmedia), e anche per inquadrare il nuovo corso politico nella sua vera dimensione: è un’azienda quella che Renzi dirige, non un partito. Manifesti, slides, slogan, bella gente modello Canale5, tutto questo ambaradan non ha niente a che fare con la vera politica e soprattutto non ha niente a che fare con le persone, con la popolazione. Renzi e i renziani se ne infischiano della popolazione, dirigono l’impresa, scalano, rottamano, ridono, fanno affari, trivellano, cementificano, comandano. La nuova propaganda non è cupa e non intimorisce come accadeva una volta, è allegra, giovanilistica e ambiziosa, fa riferimento alle icone pop della musica, dell’arte, del cinema hollywoodiano, sta lì per rassicurare e per sollecitare: vieni con noi, noi siamo il futuro, siamo la verità, e siamo avanti come erano avanti Elvis e Picasso e per questo come loro vinceremo: chi li biasimava rappresentava il passato. Fare tendenza, essere cool, questo è il paravento che nasconde l’obiettivo reale, vale a dire il fosco futuro che ci aspetta.

Un pò Steve Jobs che cambia il mondo in un garage e  un pò showman, il nostro premier contrappone la sua squadra di piacenti squali ai nemici, ha bisogno di nemici come tutti i capi, e i nemici – come fossimo nei cartoni animati di Disney – li chiama gufi. Sono loro la zona d’ombra, la parte perdente del paese, quelli fuori tempo. Renzi ci vuole far sopportare il periodo più brutto della Storia italiana dal dopoguerra con la vitalità. E’ furbo, lui sostiene una politica padronale che sarà la gioia dei liberisti e la pena dei lavoratori e si presenta come emblema della positività e della creatività. Ha detto che loro, quelli affiatati del team, non si faranno inguaiare dai vecchi del PD che il 41% non l’avrebbero visto neppure col binocolo. Quello è stato il momento in cui l’abbiamo visto così come è veramente: un tipo molto autoritario. Eccolo là l’altro suo nemico, il PD, che era in coma quando lui se l’è preso. Se fosse stato ancora un partito non avremmo avuto né Renzi né Grillo, e neanche – prima – tanti anni di Berlusconi. Si sta svegliando dopo aver abdicato, il PD, e va in piazza. Una bella piazza ma parecchio tardiva. Arriva appena prima che il governo realizzi il pensiero di Davide Serra: regolamentare gli scioperi e le manifestazioni (un giorno all’anno), adottare un sistema del lavoro che ci equipari a Russia e Cina. Propongono un moderno schiavismo, però in salsa rosa e a ritmo di VIVA TOPOLIN!

Tra le tante minacce gettate lì senza parere, tra una facezia e l’altra, Renzi ne ha fatta una tremenda: ha detto che andrà via nel 2023. Visto che ogni volta che fa una promessa non la mantiene, la verità è che pensa di morire – novantenne – da leader maximo. Mettiamo pure che questo sia uno scenario possibile, cosa sarà di noi? Avremo un capo. Avremo un paese diviso in due, quello reale e quello inventato da lui, a cui metà di noi avrà aderito con la stessa irrazionalità disperata con cui aveva aderito a FI senza ricevere nulla di buono in cambio della fiducia e della credulità. Stavolta bisogna aderire alla sua visione yankee, solo che qui non ci sono gli americani, non dovrebbe essere così facile aderire a una filosofia che somiglia a quella dei pubblicitari quando ti commercializzano un bel prodotto di consumo, un prodotto commerciale. Un pacco.

Tweet e selfie, slide e sorrisi della Boschi, frasi da cartone animato e capatine dalla D’Urso: è la versione contemporanea – molto più accattivante – della sottocultura berlusconiana. Renzi sta godendo di una sicurezza che poggia sui voti alle europee e sugli applausi della sua gente, ma anche sulla consapevolezza di non avere all’orizzonte rivali politici. Vuole il presidenzialismo, vuole essere solo al comando. Uno che approva quei manifesti è uno che ha una presunzione smisurata: c’è un progetto preciso da realizzare e dove ha fallito Berlusconi lui porrà rimedio. Se non ci hanno messo Mussolini, in uno di quei cartelloni due metri x tre, è stato solo per non dare troppo nell’occhio. Sarò pure gufa, ma vorrei che tornassero i telefoni a gettoni pur di non sorbirmi tutto questo fino al 2023.

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