Tutto Saviano in televisione

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Tutto Saviano in televisione. Anche Zero Zero Zero – un capolavoro – diventerà una fiction di classe. Anche stavolta lo scrittore ha stretto un accordo con Cattleya per la realizzazione di una nuova serie che tratterà di narcotraffico. “La mia sfida è sempre la stessa: prendere una visione complessa e portarla a più persone possibile“. Saviano crede moltissimo nell’importanza della divulgazione di temi e fatti che lui conosce a fondo e che costituiscono una buona parte del tessuto sociale in cui tutti siamo immersi, non soltanto in Italia ma in Europa e oltreoceano. Si è fatto carico di questo impegno sin da quando – giovanissimo – agì d’impulso pubblicando Gomorra che gli ha cambiato la vita e le prospettive rendendole simili a quelle di un recluso.

Se si osservano i suoi begli occhi – anche in fotografia – ci si accorge subito che quella triste profondità non è il semplice risultato di secoli di intrecci in un dna che ha cominciato a viaggiare attraverso la gente del sud e che lì è sempre rimasto: non è una questione di radici. Quello sguardo appartiene a “un mostro”, come dice lui stesso in Zero Zero Zero. “I boss, le stragi, i processi. I massacri, le torture, i cartelli. I dividendi, le azioni, le banche…Conosci solo loro e loro conoscono te…Continui a fare quello che facevi prima ma adesso le domande che ti poni provengono dall’abisso…Non hai il sospetto che siano tutti corrotti o mafiosi, è qualcosa di peggio. Hai visto in faccia che cosa è l’uomo e vedi in tutti somiglianze con lo schifo che conosci. Vedi l’ombra di ognuno. Sono diventato un mostro.” E’ solo un piccolissimo stralcio di quanto racconta di sé nelle ultime pagine del libro con una prosa accorata e puntuale.

Serve a giustificare una tesi a cui sono affezionata da quando Roberto Saviano ha scelto di fare di Gomorra una serie televisiva, da quando ha assunto il ruolo di promotore dell’operazione con qualche leggero sconfinamento nel marketing. Lui dice che è per informare, per divulgare, per educare. Chi la pensa come me non ci crede, sostiene che non è vero, e non è vero proprio perché un prodotto commerciale strutturalmente perfetto ed esteticamente superlativo ha fatto – per essere tale – tabula rasa di tutto il sovrappiù di orrore e di sensibilità che lo scrittore, a monte, aveva messo dentro alla sua inchiesta, dentro alla sua visione. La fiction è fiction, non può avere alcuna utilità sociale, è una scusa che non regge. Un libro invece si che può ferire, e insegnare, eccome. Anche un film diretto da un grande regista cinematografico. Una serie tivù deforma e conforma tutto, e non fa mai cultura.

Non si tratta di bieco moralismo, non c’è niente di male a fare tanti soldi  se si è bravi e se si è lavorato tanto anche a rischio di morire ammazzati. Saranno ben fatti suoi! “La fama ti mette addosso un mirino. Perché tutti vogliono vedere cadere tutti. Per sentirsi migliori“, dice Saviano. Non si tratta neppure di questo, anzi è esattamente il contrario: le critiche le fanno quelli che non disdegnano di mettere – raramente e con cognizione di causa – qualche personaggio pubblico su un piedistallo. E’ sbagliato, puerile, una roba da incauti idealisti. Saviano deve aver sentito anche questo peso, di essere un uomo speciale osservato e criticato come si fa con gli esseri speciali ai quali si finisce col non perdonare mai una debolezza, una piccola mancanza giusto per eccesso d’ammirazione o per eccesso di fiducia e non certo per il gusto meschino di vederli inciampare.

 

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