Il pianto dirotto di Crocetta

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Il pianto dirotto di Crocetta

In politica i personaggi scomodi prima si isolano e poi si colpiscono alle spalle con l’uso strumentale delle intercettazioni. Il caso Crocetta serve a prendere due piccioni con una fava: ci si libera della sua presenza e scommetto che si assisterà di nuovo a una discussione pubblica sull’opportunità di limitare le intercettazioni, che sono uno strumento preziosissimo per il lavoro dei magistrati.

Il pianto dirotto di Crocetta e quell’accenno alla parola suicidio mi hanno subito fatto pensare alla perdita irrimediabile, in questo mondo, della segretezza. Mi sono scandalizzata, naturalmente, ma tutti sappiamo fin troppo bene che tra amici e tra intimi succede talvolta di sbracare, di esprimersi in termini paradossali, estremi, figuriamoci cosa esce di bocca ai tipi come quel medico, Tutino, che uno sinco di santo proprio non è. Uno senza scrupoli di solito è anche un campione di cinismo. Uno così nell’intimità le spara grosse. Non lo voglio giustificare (lungi da me), voglio sottolineare che l’attitudine all’espressività senza freni inibitori, una volta esposta al pubblico, s’aggrava senza rimedio e trasforma in un complice immondo anche l’ascoltatore passivo. Ci sono state e ci sono in giro intercettazioni  – immaginiamo – molto peggiori di quest’ultima, ma se è il caso o meno di farcele ascoltare chi lo decide? Fateci caso: se un politico urla dentro a un microfono a proposito dei bambini rom “Bisognerebbe vestirli da leprotti per fare pim pim pim col fucile” oppure “La civiltà gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culattoni” rimane al suo posto, anzi fa una bella carriera. Solo l’intercettazione garantisce lo scandalo, e talmente tanto corposi rigurgiti di moralismo, etica e religiosità che l’intercettato deve solo sparire.

La segretezza una volta – quando neanche eravamo nati – era amabile e protettiva, ed era soprattutto possibile, in certi casi era obbligatoria fino al punto da rendere gli uomini che la violassero dei barbari, dei repellenti filistei. Per carità, le intercettazioni sono strumento indispensabile, senza spiare i delinquenti e i mafiosi al telefono è difficilissimo incastrarli e seguire piste che arrivano nelle piazze del malaffare. Eppure come si fa a non provare pietà per gli smascherati, per la loro volgarità e per le sguaiatezze che si raccontano quando pensano di non essere ascoltati che da un solo, amichevole orecchio? Siamo diventati l’uditorio dei segreti degli altri, di frasi più o meno nauseanti, e tutti ci improvvisiamo giudici implacabili. Rosario Crocetta non ha reagito, non ha ribattuto, dunque secondo la sete di giustizia sommaria di chi invoca le sue dimissioni va da sé che chi tace acconsente, accettando che si possa parlare tanto vilmente d’una persona che porta uno dei tre o quattro cognomi più sacri per l’Italia onesta. Del resto, se la frase fosse stata pronunciata all’indirizzo di un’anonima Maria Rossi sarebbe stata altrettanto grave ma non ne avremmo saputo nulla.

Quello che non mi piace per niente è l’uso strumentale dell’intercettazione. Se un governo o un gruppo di persone influenti decidono di far crollare qualcuno di cui si vogliono liberare in fretta, l’intercettazione permette di compiere l’omicidio perfetto senza l’uso delle armi: in quattro e quattr’otto l’indesiderato esce di scena, viene presto dimenticato da tutti, taglia la corda e muore alla società civile per rigenerarsi in un limbo, in luoghi appartati a metà tra la vita vera e l’espiazione silenziosa. Perfino Berlusconi, col potere che ha, contro le intercettazioni non ha potuto nulla. Poteva pure tenersi Mangano in casa e definirlo eroe post mortem, ma una volta beccato al telefono per lui è finita. Il metodo Boffo funziona, ed è brutto almeno quanto il malaugurio che il dottor Tutino ha rivolto alla signora Borsellino.

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