L’ignoranza di certi giornalisti italiani

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L’ignoranza di certi giornalisti italiani

Fa impressione il modo in cui molti media italiani hanno rappresentato la figura di Andreas Lubitz e i disturbi psichiatrici in generale. Superficialità e linguaggio da bar hanno avuto la meglio sulla cultura e sul senso di responsabilità che è obbligatorio quando si fa informazione.

L’ignoranza di certi giornalisti italiani a volte è intollerabile: proprio in questi giorni a proposito di Andreas Lubitz sono arrivati messaggi di una rozzezza sconcertante. Se anche attraverso i media si educa e si forma la mentalità di un popolo allora siamo messi malissimo. Un conto sono i discorsi da bar e da treno, un altro conto sono i termini adoperati da chi fa informazione e ha responsabilità precise di fronte a migliaia, a milioni di persone. “Il ghigno beffardo di Lubitz” , ha detto proprio così a Skytg24 il 31 marzo una giornalista che curava un servizio sul disastro aereo di cui tutto il mondo sta parlando. Il ghigno beffardo di Lubitz la giornalista l’ha contrapposto al volto del comandante buono, Patrick Sondenheimer che mai vedremo per volere dei familiari. La sua figura eroica è stata paragonata a quella mefistofelica di un ragazzo di 27 anni, il cattivo.  Ancora:  un titolo a un articolo – non ricordo se su Dagospia o su Dagoattuale – recitava “non era solo matto, era anche cieco”Libero invece titola a caratteri cubitali “Lufthansa ammette: sapevamo che era matto”. Scommetto che nessuno in Lufthansa abbia usato la parola matto.

Alla giornalista di Skytg24 mi piacerebbe ricordare che un uomo preda di un delirio psicotico, preda di indicibili angosce e di un disagio esistenziale che non lo ha mai abbandonato sin dall’età di 21 anni non può essere ritenuto cattivo, né colpevole di alcunché, dunque non è concepibile rappresentarlo come uno che ghigna tutto contento prima di compiere una strage.

Un malato non ha colpa di essere malato, e se è malato non si può neanche considerarlo bugiardo e falso e infido quando nasconde a tutti le sue condizioni di salute fino al gran botto finale giù contro le Alpi francesi. Andreas Lubitz voleva lavorare, non voleva perdere il posto di lavoro, come tutti. Non sapeva che un brutto giorno avrebbe deciso di morire portandosi dietro 149 sfortunatissimi individui che nemmeno conosceva di vista. Quando il pensiero del suicidio – contro il quale ha combattuto durante una buona parte della sua breve esistenza – si è preso tutto lo spazio nella sua testa, allora deve aver cominciato a progettare il gesto che lo ha reso disgraziatamente famoso e indimenticabile. La responsabilità di tutte le povere vite umane perdute va cercata senz’altro altrove.

A chi ha scelto i titolo degli articoli su Dagovattelapesca e su Libero vorrei invece poter far notare che le parole pazzo e matto sono vecchie e trite, robaccia da naftalina. Non è bene apostrofare un omosessuale dandogli del “ricchione” e del “frocio”, siamo d’accordo? Certa gente lo fa ugualmente ma fortunatamente viene il più delle volte stigmatizzata. Proviamo a dire “matto” o “pazzo” rivolti a qualcuno che ha difficoltà psicologiche serie o anche lievi: nessuno reagirà, garantito. Nel terzo millennio si può dare del pazzo a chi ha problemi psichici senza temere di essere guardati con commiserazione. Bisogna imparare a reagire anche a queste parole, considerandole come espressioni offensive e di grande incompetenza oltre che coltellate per il cuore e la sensibilità di coloro che non stanno bene e dei loro familiari. Per fortuna i genitori di Andreas Lubitz non vivono in Italia.

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